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| Rassegna stampa delle attività della casa editrice Meltemi
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Testata: Ecoradio
Data: 23/05/2009
Il libro a venire
Redazione
Scrivere e leggere nel presente significa confrontarsi con le nuove tecnologie. Il libro diventa così e-book. Un testo digitale con notevole risparmio di carta. Intervengono: Cristina Mussinelli, responsabile Aie editoria digitale; Luigi Passerino, responsabile commerciale Italia di Simplicissimus Book Farm; Giacomo Bruno, fondatore della Bruno Editore; Alberto Maria Gambino, presidente del Comitato consultivo permanente per il diritto d'autore; Luisa Capelli, direttrice editoriale di Meltemi; Chiara Campione, responsabile della campagna foreste di Greenpeace.
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Testata: Bottegaeditoriale.it
Data: 04/05/2009
Meltemi editore: dal sito web che diffonde sapere arrivano grandi offerte per promuovere la lettura
Simona Corrente
Una mission da perseguire: offrire al pubblico temi freschi e attuali
per garantire un alto standard qualitativo, privilegiando la saggistica
Un mare di idee, libri e proposte, un’offerta sempre al passo coi tempi senza distogliere lo sguardo dalle origini e dai classici: ecco quel che Meltemi editore offre ai suoi lettori. La casa editrice romana, appassionata di antropologia, prende il nome dall’omonimo vento mediterraneo, quasi a volersi identificare in esso, in quella corrente secca e fresca che soffia sul mar Egeo e che custodisce il mito della sua stessa origine – si racconta che si fosse generato a seguito dell’assassinio di Icaro e dell’uccisione dei suoi omicidi, ponendo fine ad un periodo di devastante siccità e canicola. Insomma, un vento carico di rinnovamento e speranza, che nel suo soffiare resta quieto se pur in eterno spostamento, riuscendo ad avvolgere nella sua brezza non solo l’Egeo ma anche la Grecia e la Turchia. In ciò può riassumersi la mission di Meltemi editore: riuscire a spaziare in ogni ambito, raggiungendo anche i luoghi – e le tematiche nella fattispecie – più angusti, proprio come il vento che, soffiando, accarezza con il suo alito ogni dove.
Anche la scelta del logo non è casuale: la sirena a due code detta Melusina, simbolo di femminilità e fertilità oltre che di una doppia natura donna-pesce, trasmette in chi la guarda quasi l’impressione che per una storia non vi sia un solo finale, ma infiniti.
Dando uno sguardo al sito web www.meltemieditore.it (www.meltemieditore.it) è possibile farsi un’idea più chiara di ciò che il mondo letterario della casa editrice offre, ossia un catalogo composto da più di ottocento titoli che spaziano attraverso le innumerevoli tematiche contemporanee.
Navigare nel sito lasciandosi trasportare dal vento Meltemi
Chiaro e semplice anche per l’internauta meno esperto, il sito della casa editrice racchiude i suoi volumi sotto le voci Autori e Catalogo. Cliccando sulla prima, ad esempio, si entra nella pagina web contenente l’elenco degli scrittori in ordine alfabetico: selezionando dalla tastiera che si trova in alto a sinistra l’iniziale del cognome che si ricerca, si aprirà in un battibaleno la lista completa degli autori. Si può accedere alla scheda personale anche semplicemente cliccando su una delle fotografie che occupa il centro della pagina. Andando a vedere nel dettaglio le componenti della scheda dell’artista, si possono scorgere le voci link e Rassegna stampa che fanno riferimento alla documentazione e alla produzione giornalistica pertinente all’autore selezionato.
La voce Catalogo riprende nella struttura alcuni aspetti della sezione dedicata agli scrittori e la arricchisce attraverso elementi importanti e chiarificatori per il lettore, il quale dalla brevissima ma esaustiva introduzione che anticipa ogni raccolta, riesce ad indirizzarsi in maniera agevole e veloce verso l’ambito di proprio interesse. L’indice multicolore delle Collane attive rimanda a raccolte dai titoli intriganti, soprattutto nelle descrizioni che li accompagnano, come ad esempio Babele, che dai redattori del sito stesso viene definita «la no man's land, il centro di una metropoli che non ha più il centro, che tenta di cogliere il mutamento dove s’incrociano progetto e caos»; Biblioteca racchiude libri «che non si identificano con un periodo storico, un genere o una disciplina» ma che sono «presenze amiche dell’esistenza comune». Continuando a scorrere l’elenco si giunge a Meltemi.edu, «per chi studia e insegna, nell’università ma non solo, e per chi vuole approfondire senza accontentarsi di facili semplificazioni»; seguono Meltemi Express, che contiene libri «agili ed economici, quasi dei “quaderni” print-on-demand», e Melusine, «uno spazio non di assonnata “discussione”, ma di scontro e contrasto, di attacco a valori assodati, di riproposizione anche polemica di punti di torsione del nostro sapere».
In Altre collane si dà spazio invece a: Gli argonauti, in cui è possibile trovare «quasi cento titoli, agili e chiari, in cui il rigore scientifico si coniuga con l’umana vicinanza alle inquietudini più intime della nostra vita»; Contaminazioni, in cui si favorisce l’incontro e la mescolanza di «terreni disciplinari e tematiche che le concezioni scientifiche e politiche oggi egemoni hanno spesso tenuto separati»; Cura di sé, una collana particolare, che dà spazio all’introspezione, «i libri […] sono scritti per offrire indicazioni utili a riflettere sul proprio lavoro, in un continuo confronto critico con i saperi che fanno da sfondo teorico, metodologico e tecnico al proprio agire»; Mutazioni, «dedicata agli intrecci fra riflessione filosofica ed epistemologia»; Nautilus approfondisce «i temi del consumo e del linguaggio»; Poetiche fa da agorà della letteratura comparata, ossia è una sorta di «diario di ribellioni, esodi e migrazioni scritto dalle voci di quei mondi che l’Occidente vorrebbe senza voce»; Psicoterapie contiene saggi che raccontano le esperienze di terapeuti in ambito lavorativo; Ricerche, oggi sostituita dalla già citata Meltemi.edu, ne conserva le tematiche; Riviste abbraccia innumerevoli discipline: «antropologia, architettura, arte, cultural studies, epistemologia, estetica, filosofia, semiotica, teoria della danza»; Segnature raccoglie numerosi volumi che spaziano dai «classici della semiotica alle antologie, dai manuali universitari alle monografie»; Semiosfera, custodisce «riflessioni teoriche e studi applicati sul mondo dei segni, dei linguaggi, delle scritture»; Le società contiene «testi di esplorazione, osservazione e interpretazione della fitta rete comunicativa che oggi attraversa e struttura le società»; Fuori collana, in virtù del nome che porta, non è corredata da una descrizione che ne delimiti l’ambito. L’elenco delle raccolte si chiude con Sociologica dedicata appunto alla disciplina da cui prende il nome.
Una vasta offerta letteraria ma non solo!
Naturalmente non mancano le sezioni più comuni di un sito web, quali Acquisti, Contatti ed Eventi; ai suoi internauti però Meltemi editore offre qualcosa in più, ad esempio la possibilità di ricercare in Stampa tutti gli articoli e gli interventi pubblicati che fanno riferimento ad un determinato autore.
In Università, il sito offre un’intera pagina dedicata ai docenti degli atenei a cui si può accedere solo dopo essersi registrati ed aver effettuato il login.
Board è invece la voce che tiene gli internauti sempre aggiornati sulle attività della casa editrice e sui suoi collaboratori.
Con Rights si conclude l’esplorazione del mondo meltemiano: si tratta di una sezione dedicata agli editori interessati ad acquistare i diritti di traduzione in lingue straniere di alcuni titoli del catalogo a tal proposito forniti di una scheda in lingua inglese, una sorta di abstract dei contenuti necessario ad effettuare una prima valutazione.
Un ultimo punto di forza di Meltemi sta in una scelta senz’altro radicale: quella di non stampare testi di narrativa, concentrandosi esclusivamente sulla pubblicazione di saggi, rafforzando la propria posizione all’interno del mondo editoriale di genere. Se da un lato questo provoca la perdita di una parte consistente di pubblico che predilige i romanzi, dall’altra garantisce agli appassionati di saggistica una vasta scelta di testi. Allettanti offerte e sconti accessibili solo dal web incentivano il pubblico all’acquisto e di conseguenza, si spera, promuovono la lettura. Resta quest’ultima la vera ed estremamente complessa mission da perseguire.
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Testata: Specchio+
Data: 01/05/2009
L’università e l’editoria
Andrea Cortellessa
Ovvero, storia di una sinergia naufragata, causa non fra le minori della crisi. I responsabili di collane e case editrici ci raccontano che cosa è successo
Le crisi, dice Lavagetto, non vengono mai sole. Spesso una è causa dell’altra. È senz’altro il caso della sinergia naufragata tra editoria e università. Alcuni editori ne sono strangolati. È il caso di Meltemi che - nella “bolla” dell’editoria indipendente, sorta a Roma negli anni Novanta – s’era per intero votata alla saggistica. Alla fine dell’anno scorso, come tanti altri, da Meltemi ho ricevuto un autentico SOS. Alla direttrice Luisa Capelli chiedo a che punto è la notte. “Abbiamo ridotto la nostra produzione da sei a due titoli al mese”, risponde. “E abbiamo dovuto rinunciare a quattro persone su dieci. Ci conforta che si sia attivata una comunità che ci appoggia, ma evidentemente non basta. Gli spazi di mercato destinati a un’editoria indipendente, che voglia prescindere dalla politica della rotazione veloce sono ormai ridotti al lumicino”.
I restringimenti dei corsi universitari sono stati una mazzata per tutti... “C’è però un’editoria che s’è adattata prontamente. Noi invece abbiamo scelto di non inseguire la strada della manualistica standardizzata, dei libri usa-e-getta. Non rifuggiamo da una buona divulgazione, ma pensiamo che andrebbe ripensata di pari passo con l’evoluzione delle discipline. Invece oggi in molti si sono ridotti a riproporre i Bignami. Noi a questo non ci stiamo, anche se è una scelta che paghiamo duramente”.
Spiega Francesco Caraluccio che i libri Bollari Boringhieri sono stati adottati dalla parte migliore dell’accademia italiana per lo più a posteriori seguendo un percorso inverso a quello consueto, dunque. “La Bollati Boringhieri”, dice, “non è mai stata una University Press. Le cose migliori sono venute dall’esterno dell’università. Penso a Una guerra civile di Claudio Pavone, la cui novita fu urticante; solo in seguito il libro è entrato nel canone della nostra storiografia. Penso che proprio il mondo accademico sia in parte responsabile di aver stravolto l’idea di critica: imponendo materiali autoreferenziali, quasi mai improntati a costruire una visione critica del mondo, che non rinnovano la propria tradizione. Un grande saggista che era anche docente universitario, Angelo Ripellino, era un’eccezione”.
Un casa editrice storicamente legata alla sagiiistica è il Mulino. Mi rivolgo all’editor dei libri di storia, Ugo Berti Arnoaldi. “Il pubblico d’elezione del Mulino”, spiega, “è sempre stato quello degli studiosi: insegnanti e studenti. Con la riforma sono venuti meno i corsi monografici, seminariali, la cui impostazione era resa possibile da livelli d’ingresso, all’università, ben diversi dagli attuali. Ma le monografie accademiche non sono in crisi solo in Italia: all’estero hanno tirature minime e per il resto si vendono on demand. Del resto oggi in libreria un testo ha due mesi di vita effettiva. Com’è successo al cinema, anche in libreria è sparita la seconda visione”.
Come pensa allora il Mulino di modificare il suo linguaggio e le sue scelte? “Modificare un corno! Questo cibo solum è nostro: un terzo della nostra produzione è monografica, basata sulla ricerca. Come amava dire il nostro direttore, Giovanni Evangelisti, quando ci renderemo conto che non siamo più in grado di fare questi libri sarà il momento di smettere”. Ma in alcuni settori i numeri sembrano dire il contrario. “All’inizio degli anni Novanta abbiamo ridotto Filosofia, Critica letteraria e Linguistica per tornare alle Scienze sociali, da cui siamo partiti. Poi però la frenata è stata recuperata”.
Forse più che chiedersi come mai il vostro imbuto appaia stretto bisogna chiedersi perché una ventina d’anni fa si fosse allargato. Erano gli anni di una delle crisi più gravi di Einaudi. “Certo quella fu un’importante soluzione di continuità...”. Si ha la sensazione che il bastone del comando, che passò da Einaudi al Mulino e a Bollati Boringhieri, oggi non ce l’abbia in pugno nessuno. Forse
non lo si considera più così strategico.
“E forse dovremmo porci un’altra domanda. Quanto valgono oggi il discorso letterario o linguistico in ambiti non specialistici? Negli anni Settanta Saussure poteva essere letto anche dai non addetti ai lavori. Una rivista come Strumenti critici era una testata militante, quasi alla stregua di Quaderni piacentini; oggi è un’ottima rivista accademica (infatti la pubblichiamo noi). Ma era quel fulgore, forse, a essere fuori dalla norma”.
Nel 1993, insieme a Gino Giometti, Stefano Verdicchio ha fondato Quodlibet, una delle realtà più affascinanti dell’odierno panorama editoriale. “Le nostre scelte non sono legate a mode o a tendenze”, dice. “Per esempio un’anomalia come Manifesto del terzo paesaggio di Gilles Clément è divenuta un libro di culto ed è ormai fra i nostri bestseller. Segno che non inseguire a tutti i costi l’attualità può risultare fruttuoso anche commercialmente. Quelli che vogliamo sono testi nei quali sia preponderante l’invenzione. Uno dei nostri primi libri fu un “manifesto” come Logica della sensazione di Gilles Deleuze. I suoi concetti vi trovano un’illustrazione visibile, s’incarnano in figura”.
Da qualche anno pubblicate anche testi per l’università. Nei quali però colpisce come nulla vi sia della sciattezza, dell’occasionalità, diciamo pure della volgarità che talora si riscontra altrove... “La cosa interessante è che il lavoro, in questo campo, proviene dai contatti che abbiamo avuto su altri fronti. La produzione non immediatamente commerciale ha avuto un “indotto”, diciamo, di per sé non preventivabile”.
Da un anno Vincenzo Ostuni è approdato da Fazi a dirigere Ponte alle Grazie, parte di un grande gruppo come GEMS. Con quali novità? “A maggio, nella nuova collana Inchieste, esce un libro di Paolo Cucchiarelli che dice cose davvero nuove su Piazza Fontana. A giorni esce una grande opera di Slavoj Zizek, In difesa delle causa perse. Né Fazi né Ponte alle Grazie hanno mai avuto nell’università un punto di riferimento. Se c’è una cosa su cui va d’accordo l’editoria indipendente romana, dalla quale provengo, è l’inguaribile avversione per l’Accademia. lo invece ho sempre tentato di inserire titoli di approfondimento. È giusto differenzire al massimo i livelli dell’offerta, ma questo non vuoi dire che si debbano abbassare le ‘punte d’eccellenza’. Le quali, piaccia o meno, provengono tuttora dall’ambito accademico”.
Investire sul futuro dovrebbe far parte di uno spirito imprenditorialmente sano. “Non credo che la scala di capitalismo coinvolto nella nostra editoria possa incrementare gli investimenti nella ricerca a lungo termine. Quella libraria è una produzione dai margini esigui e economicamente molto ‘matura’, cioè a limitato potenziale di innovazione. Dovremmo invece infrangere un tabù e chiedere finanziamenti pubblici per l’editoria. Che da noi esistono, ma in misura infima rispetto agli altri Paesi europei”.
Non è un mistero che nel tuo periodo Fazi sia stato un porto felice per molti critici e saggisti, fra i quali il sottoscritto. Ma non è neppure un mistero che la tua partenza non sia stata propriamente pacifica. Che cosa non ha funzionato, alla fine, da Fazi? “Per diverso tempo sono andate benissimo sia la nostra produzione più commerciale (da Michel Onfray a Gore Vidal) sia quella di punta (Postmodernismo di Fredric Jameson, tradotto per la prima volta integralmente, fece addirittura capolino nelle classifiche di vendita). Nel momento in cui i margini di profitto richiesti dall’editore sono aumentati esponenzialmente, e nel momento in cui non si sono più utilizzati gli extra-profitti, ricavati dalla parte più commerciale della produzione, per incrementare la qualità del catalogo, quell’equilibrio è saltato”.
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Testata: Roma Multietnica
Data: 05/01/2009
Meltemi su Roma Multietnica
Redazione
La casa editrice Meltemi è stata inserita nella nuova edizione cartacea di Roma multietnica. Guida alla città interculturale, Villaggio editoriale. La casa editrice romana ha meritato la segnalazione in virtù dell’attenzione che mostra all’interno del suo piano editoriale verso i temi dell’immigrazione, dell’intercultura, delle letterature del Sud del mondo. La Guida, disponibile nelle edicole e nelle librerie romane, sarà a disposizione delle biblioteche comunali, scolastiche e universitarie. Si tratta di una guida unica nel suo genere, che raccoglie informazioni dettagliate sui luoghi e le attività culturali, associative, artistiche, imprenditoriali dei nuovi cittadini immigrati, scritta per orientare i lettori, italiani e stranieri, nell'universo della Roma cosmopolita, internazionale e multiculturale.
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Testata: Il Giornale
Data: 18/12/2008
Scaffali vuoti
Redazione
Ecco i titoli che rischiano di finire in liquidazione
Continueranno i lettori “forti” a trovare i libri cosiddetti “di nicchia”, quelli che sono sempre più spesso appannaggio delle piccole case editrici?
La risposta è duplice. La piccola editoria, soprattutto quella di qualità, che esiste e resiste da molti anni, è abituata al peggio, e dunque si muove perfino in controtendenza rispetto alla crisi. Paolo Veronesi, delle edizioni Ibis di Como, fondate quasi trent’anni fa, sostiene: “Continuiamo a difenderci con la letteratura di viaggio e quella del Sud del mondo. Grazie a queste collane riusciamo a resistere, mantenendo i lettori affezionati al nostro marchio”. Ma nessuno può dire con certezza che ne sarà del resto del catalogo, che comprende pensatori del calibro di Jean Baudrillard e di Edgar Morin.
Quest’ultimo, uno dei massimi saggisti francesi del Novecento (e oltre), già comunista e poi critico dello stalinismo, è pubblicato anche dalla pericolante casa editrice Meltemi. Il rischio, in certi casi, è che l’intero catalogo finisca all’asta, come successe negli anni Novanta alla Sugarco di Massimo Pini. Molti titoli vennero ceduti in liquidazione ad altre case editrici e in parte riapparirono sotto altri marchi. E così, chi voleva ha potuto continuare a trovare, per esempio, i romanzi di Pierre Drieu La Rochelle.
Alla casa editrice calabrese Rubbettino (trecento titoli l’anno), il direttore commerciale Antonio Cavallaro conferma che per Natale non c’è stata contrazione, ma da febbraio si temono le rese. Ecco allora che la casa editrice ha costruito una cosiddetta “cedola strategica”, concentrando i volumi su cui punta di più in altri mesi, da maggio a ottobre. Non usciranno subito, dunque, né le Lettere a un giovane cattolico, del biografo di Giovanni Paolo II, George Weigel, né un provocatorio libro contro il darvinismo, Le balle di Darwin, una guida “politicamente scorretta” di Jonathan Wells.
“Sono tuttavia i libri di evasione a vendere meno”, conferma Cavallaro. E in questo gli aggiustamenti di tiro potrebbero riguardare più le casi editrici di grande fatturato, con i loro titoli che fanno tendenza.
Già al gruppo Rizzoli, ma anche alla Mondadori, si va coi piedi di piombo. Meglio non anticipare troppo le uscite dei thriller ad alta tiratura, e aspettare tempi migliori.
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Testata: Il Giornale
Data: 18/12/2008
Piccolo non è più bello
Paolo Bianchi
Corso di sopravvivenza per editori
Soffocate dai giganti e sommerse di rese, le case “minori” si preparano a un 2009 difficile. Fra le strategie: “file” al posto dei volumi, romanzi venduti come tranci di pescespada e le intramontabili bancarelle.
Si salvi chi può. O meglio, si arrangi chi può. I piccoli editori italiani, una galassia, rischiano di perdersi nel vuoto cosmico. Tutti insieme, e sono migliaia, coprono una quota di mercato complessiva che si aggira intorno a un decimo del venduto in libreria. Secondo dati resi noti nel corso della Settima Fiera della
piccola e media editoria di Roma, la settimana scorsa (“Più libri più liberi”), i titoli dei piccoli e medi editori coprono a malapena una libreria su cinque in Italia. Vale a dire che i loro prodotti sono fisicamente presenti solo in 356 librerie, e spesso anche lì sono quasi invisibili, relegati negli scaffali o sommersi dalle pile di titoli delle major.
Un danno culturale enorme, perché i piccoli editori, pur con i loro bilanci limitati, sono spesso gli unici a svolgere un’autentica ricerca sui titoli e gli autori. Gli unici a creare un catalogo che salvi dall’oblio lavori di narrativa e saggistica degni di entrare nel patrimonio comune della conoscenza.
Ma il mercato s’impone. Rivela il suo volto più spietato: sembrano esistere solo i titoli del momento, quelli imposti dalla grande distribuzione con la complicità dei media, quelli che comunque ruotano sempre più vorticosi ed effimeri nelle vetrine e sui banchi delle novità. Il resto è un mondo sommerso.
Si arrangi, dunque, chi può. Perché l’alternativa è il fallimento: Gianni Peresson, direttore dell’ufficio studi dell’Associazione italiana editori, non nasconde le sue preoccupazioni. “Il 2009 - dice – partirà carico d’incertezze. I librai tendono a proteggersi, esercitando il diritto di resa dei libri presi in carico, e con la massima prudenza nelle nuove ordinazioni. Questo anche per evitare problemi con le banche”. In altre parole, il congelamento dei crediti e i piedi di piombo dei dettaglianti danneggeranno soprattutto i più deboli.
Molte fra le opere già programmate per i prossimi mesi non usciranno neppure. E pazienza per chi li aspettava da tempo, per necessità di studio o per curiosità personale. Ma ecco come arrangiarsi. Perché la speranza non muore.
La piccola editoria di qualità muta pelle e destinazione. E si allinea alle nuove tecnologie. Andiamo con ordine, attraverso qualche esempio.
La casa editrice Meltemi, di Roma, fondata 14 anni fa e diretta da Luisa Capelli, ha lanciato un appello sul proprio sito Internet invitando chiunque a sostenerla attraverso l’acquisto di volumi da donare eventualmente alle biblioteche pubbliche. “Avremmo potuto tacere e scomparire in silenzio, come è accaduto a molte realtà editoriali (...) o attendere un salvataggio di qualche gruppo o editore più grande interessato agli autori più prestigiosi del nostro catalogo”, specifica l’appello. Ma Luisa Capelli vuole darsi un’altra possibilità.
“Noi - spiega - produciamo solo saggistica e da anni lavoriamo nel mondo universitario. In futuro ridurremo il numero di novità destinate al pubblico e arriveremo magari a produrre soltanto un file digitale del testo, perfettamente tradotto e impaginato stampabile a pagamento da chi ne faccia richiesta”. Libri, dunque, stampati in poche copie perfettamente corrispondenti alla domanda. Meno offerta cartacea destinata a rimanere in magazzino ad ammuffire.
Le nuove tecnologie digitali consentono lo sviluppo del “print on demand”, fra i cui pionieri c’è la sigla, ormai autorevole, di Lampi di Stampa.
E poi ci sono i piccoli editori che, lavorando con attenzione, pescano il pesce grosso. I giovani palermitani della Duepunti edizioni hanno allestito uno stand fatto come una pescheria, si sono messi i grembiuli e hanno venduto i loro prodotti come fossero tranci di spada o acciughe o branzini. “Siamo al terzo mese di distribuzione con Pde (rete distributiva acquisita da Feltrinelli, ndr) – dice Giuseppe Schifani - e ci troviamo con un titolo che fa da traino: Il verbale, di J.M.G. Lé Clezio, premio Nobel per la letteratura nel 2008”. E infatti questo libro si trova in questi giorni nei supermercati, proprio accanto ai bestseller di Wilbur Smith e non distante dai banchi del pesce. Così il cerchio si chiude.
E tuttavia, così come ci conferma Andrea Carbone, sempre della Duepunti, “meglio affiancare all’attività di editori di libri quella di service e di consulenza, in modo da garantirsi entrate sicure. E poi, non fare il passo più lungo della gamba”.
È quello che credono anche le giovani leve di Elèuthera, una casa editrice con sede a Milano, di matrice libertaria e nota soprattutto per aver pubblicato gran parte dei libri di Kurt Vonnegut, scrittore americano di culto in Europa. “Nel 2009 – ammettono - soffriremo. Ma siamo abituati alle tirature basse. Il nostro distributore non renderà”.
E in effetti, questo “diritto di resa”, su cui sempre più si discute, se da una parte garantisce pluralità all’offerta di titoli (il libraio li compra anche se non è sicuro di venderli, potendoli restituire), dall’altra pende come una spada di Damocle sulla testa dei piccoli. Molti, di fronte a una resa massiccia, fallirebbero. Per spiegare con un esempio: è lo stesso rischio di molte banche, se tutti i correntisti si presentassero insieme a ritirare i propri risparmi.
Di conseguenza nasce e si espande sempre più, in Italia, il cosiddetto “secondo mercato”. Catene di librerie, o mercatini, o bancarelle, “indipendenti”, che acquistano direttamente dagli editori, a prezzi bassissimi. E vendono le novità con lo sconto. A volte si spingono fino a veri e propri “saldi”, con cestoni di libri, anche ottimi, a buon mercato.
Accade, giusto per fare un esempio fra i tanti, in via Po a Torino, sotto i portici a pochi passi dall’università. I distributori chiudono un occhio, almeno per ora. Sono schegge residue di old economy che svolazzano in un mondo folle.
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Testata: Prestinenza.it - Newsletter
Data: 16/12/2008
Salviamo Meltemi editore
Marco Maria Sambo
Il mondo si nutre di idee. Le idee viaggiano nell’etere o sulla carta dei libri impregnati di un inchiostro speciale che vuol dire riflessione, analisi, letteratura, scienza, modernità. Cancellare quell’inchiostro significa cancellare le idee che volano libere, coraggiose, da una libreria all’altra, da una mente all’altra, da uno sguardo all’altro. Meltemi editore vive un momento di grande crisi. Salviamo questa casa editrice. Il mondo sarà più bello. «Questo è un appello ad aiutarci a tenere in vita la nostra casa editrice, da tempo serrata in una crisi profonda tanto da renderne, oggi, incerto il futuro. Vi chiediamo di farlo semplicemente acquistando i nostri libri, per voi stessi o donandoli a una biblioteca».
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Testata: Radio Spazio Aperto
Data: 15/12/2008
Piccoli editori si fa per dire
Viviana Passalacqua
Record di incassi per "Più Libri Più Liberi", la fiera della piccola e media editoria organizzata a Roma dall'AIE (dal 5 all'8 dicembre scorsi). Quest'anno l'evento ha raggiunto i 52mila visitatori, che hanno scelto il libro come regalo da mettere sotto l'albero.
Il successo della fiera ha richiamato l'attenzione proprio sui piccoli e medi editori. Ma qual è il destino delle case editrici di progetto, quelle che selezionano con estrema cura i propri prodotti puntando alla qualità e non al grande mercato degli acquirenti?
Ne abbiamo parlato con Luisa Capelli, titolare della Meltemi.
Luisa presentaci la Meltemi.
La Meltemi è prima di tutto una casa editrice indipendente. Definizione cui tengo moltissimo, perché indicativa della fisionomia che intendo mantenere nonostante l'attuale momento di crisi. L'indipendenza è stata e resta la nostra priorità. Per il resto, tutta la nostra storia è legata alla ricerca dell'inconsueto, negli autori come negli argomenti.
Credi che la fiera sia l'occasione adatta per confrontarsi col pubblico e con gli operatori di settore?
Da un certo punto di vista, la fiera è un'occasione per rapportarsi al pubblico dei lettori. Occasione tanto più irrinunciabile in un momento in cui gli spazi di visibilità (soprattutto quelli classici del canale libreria) si riducono sempre di più. Da un altro punto di vista, però, iniziative simili implicano un dialogo superficiale con i lettori, tale da non consentire una presentazione dell'attività editoriale in tutta la sua consistenza. Questo vale soprattutto per case editrici come la nostra, che non pubblica narrativa, ma saggistica, e dunque testi ai quali è fondamentale avvicinarsi con grande curiosità.
Cosa proporresti, in qualità di editore, per migliorare la situazione italiana?
Rispetto ad altre realtà, la situazione nel nostro paese è drammatica, vuoi per i bassi indici di lettura, vuoi per la scarsità di spazi (pubblici e non) disposti a ospitare questo strano oggetto che è il libro. Mi riferisco, oltre che alle librerie, a una rete vissuta di biblioteche, che in Italia è completamente assente.
Sarebbe questa la priorità per stimolare un cambiamento nelle abitudini di lettura dei cittadini. Invece cosa si fa? Dal 2005 al 2007 la spesa delle biblioteche per l'acquisto di libri è calata del 25%. Segno che una parte della responsabilità per la scarsa propensione degli italiani alla lettura è riconducibile allo Stato, che non investe, o lo fa in misura drasticamente minore rispetto al passato.
In bocca al lupo Luisa!
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Testata: Prestinenza.it
Data: 15/12/2008
Salviamo Meltemi editore
Marco Maria Sambo
Il mondo si nutre di idee. Le idee viaggiano nell’etere o sulla carta dei libri impregnati di un inchiostro speciale che vuol dire riflessione, analisi, letteratura, scienza, modernità. Cancellare quell’inchiostro significa cancellare le idee che volano libere, coraggiose, da una libreria all’altra, da una mente all’altra, da uno sguardo all’altro. Meltemi editore vive un momento di grande crisi. Salviamo questa casa editrice. Il mondo sarà più bello. «Questo è un appello ad aiutarci a tenere in vita la nostra casa editrice, da tempo serrata in una crisi profonda tanto da renderne, oggi, incerto il futuro. Vi chiediamo di farlo semplicemente acquistando i nostri libri, per voi stessi o donandoli a una biblioteca»
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Testata: Tuttolibri - La Stampa
Data: 13/12/2008
Meltemi lancia un Sos
Mirella Appiotti
Non solo bestseller. Se andate in libreria cercate, anche, i frutti del lavoro difficile delle molte piccole sigle editoriali di qualità. In questa vigilia natalizia vogliamo riferirci, in particolare, ad una tra quelle che tengono alto da quasi 15 anni, «il vento» della migliore cultura europea, la romana Meltemi (come l’aliseo del Mediterraneo orientale «che traccia rotte, incrocia altri saperi, altri mondi»). Raggiunti gli 800 titoli in catalogo, tra etnografia e multiculturalismo, scienze sociali e semiotica, comunicazione e poetica, il team guidato sino al 2003 da Marco Della Lena e Luisa Capelli (poi, scomparso il compagno, solo da quest’ultima) e che annovera grandi autori, vedi Morin, Appadurai, Zizek, Gadamer, Vattimo (prevista l’opera omnia in 40 volumi, tre già usciti) e cento altri, rischia purtroppo di fermarsi.
Per ragioni economiche legate, spiega l’editrice, sostanzialmente a 4 fattori: «struttura del mercato editoriale, modificazione nella organizzazione dei corsi universitari, impoverimento del panorama culturale, nostra fedeltà ad un progetto di ricerca il più possibile rigoroso...». Di qui l’appello di Luisa Capelli sotto forma di sottoscrizione (aperta sino al 31 dicembre): ovvero «ad ogni somma inviataci, la Meltemi risponderà con il corrispondente valore in libri».
Immediate e ampie, sinora, le adesioni di studiosi nonché di lettori. Invitati, per l’appunto, a scegliere anche l’acquisto diretto di titoli presenti sia nelle grandi catene, Feltrinelli, Mondadori etc che in quelle librerie elitarie, per fortuna tuttora resistenti... Trattasi di saggistica impegnativa ma mai supponente, con stretti legami ai temi della contemporaneità.
Freschi di stampa: Identità catodiche di Vereni (dopo il Rinascimento virtuale di Gerosa già autore di Second Life); Responsabilità illimitata. Etica dell’impegno, politica della resistenza del filosofo Simon Critchley, nonché un Post scriptum comunista, arduo quanto affascinante esame del linguaggio stalinista di Boris Groys, più che mai nelle corde meltemiane. Per l’immediato futuro sono annunciati autori come Rorty, Glissant, Amselle, mentre protagonista sarà sempre Vattimo. Facciamo che questo futuro ci sia.
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Testata: Spot and web
Data: 10/12/2008
Piccoli editori a rischio estinzione, il caso Meltemi
Redazione
Un appello simbolo sul web da raccogliere per il bene della cultura
“Se non ora quando?”. È questo l’appello lanciato sul web dalla casa editrice Meltemi, che ha avviato anche una discussione su Facebook per raccogliere l’aiuto dei lettori e mantenere in vita una realtà editoriale di grande tradizione culturale che rischia l’estinzione.
Si tratta di un simbolo. Di una vicenda, quella della difficoltà di sopravvivere alla morsa della grande editoria e della crisi economica, che riguarda tante piccole realtà di nicchia che svolgono un’opera di promozione della cultura del libro tanto preziosa quanto spesso invisibile.
La settima edizione della Fiera della piccola e media editoria di Roma è stata un’occasione per rilanciare l’appello e il successo della rassegna è arrivato anche nello stand Meltemi. Lo conferma la direttrice editoriale Luisa Capelli: “Abbiamo riscontrato un’attenzione maggiore rispetto allo scorso anno e in effetti c’è stato un incremento delle vendite del 20%”. Una boccata di ossigeno, ma i problemi restano e sono di sistema. “Servirebbe – spiega Capelli – una diversa organizzazione della distribuzione e dei punti vendita. L’attuale meccanismo che insegue indici di rotazione più alti dei titoli è una grave penalizzazione per editori che come noi puntano sul catalogo. Per noi l’essenziale non è mostrare l’ultima novità uscita ma il lavoro fatto nel tempo attraverso una selezione di titoli che ‘dialogano’ l’uno con l’altro e non sono casi isolati”.
“L’affresco delle opere ha una sua importanza, non il singolo caso editoriale – spiega la direttrice editoriale di Meltemi – perché è il frutto di un lungo lavoro di proposta e di ricerca. Se di un catalogo di 800 titoli se ne fanno vedere al pubblico solo 20 – precisa – è chiaro che questo mosaico non appare e non viene recepito dai lettori”.
“Le nostre non sono proposte che si acquistano sulla scia dell’impulso del momento, del caso editoriale, ma ci si arriva anche mesi e mesi dopo la pubblicazione. Magari dopo aver letto una recensione sui giornali specializzati”. Servono dunque risposte alternative, e un aiuto decisivo potrebbe venire dalla rete. Ma non mancano le difficoltà: “Sono assolutamente convinta che l’e-commerce sia una soluzione per offrire un panorama che in libreria non sarà mai possibile riproporre – osserva Capelli. È anche vero che conosciamo la condizione italiana sulla banda larga e sulla diffusione di internet e le diffidenze molto forti sull’uso della carta di credito per gli acquisti on line. In questo senso, scontiamo un ritardo tecnologico e culturale ma sono convinta che si tratti di una prospettiva assolutamente decisiva per il nostro settore”.
Internet tuttavia non basta. L’aiuto del pubblico e il sostegno alle librerie illuminate disseminate sul territorio è fondamentale. “Bisognerà ripensare le forme di vendita tradizionale – conclude le direttrice editoriale di Meltemi – anche studiando forme di aiuto pubblico alla costituzione e alla diffusione di librerie tematiche e specializzate come accade in tanti altri paesi”.
Intanto, ognuno può fare la sua parte. Rispondendo all’appello della casa editrice ed entrando in libreria.
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Testata: L'Unità
Data: 09/12/2008
La rivincita dei piccoli editori: più libri, più vendite, più lettori
Francesca De Sanctis
Si è chiusa ieri a Roma la Fiera della piccola e media editoria “Più Libri Più Liberi”: aumentano i visitatori e, a sorpresa, anche le vendite. Ma i piccoli editori faticano sempre a sopravvivere...
Un appello per non sparire: “Vi chiediamo di acquistare i nostri libri, per voi stessi o donandoli a una biblioteca”. È l’appello che le edizioni Meltemi lanciano per raccogliere fondi entro la fine dell’anno e non chiudere.
“Quando chiudo gli occhi/ vedo tanti visi, fra tanti visi, cerco sempre il tuo viso;/ assomiglia a tutti gli altri,/ però è unico: un naso più all’insù/ non c’è, una bocca come due/ spicchi d’arancia, e delle gote così belle rotonde che sembrano/ disegnate per ricevere i miei baci”.
Pensieri scritti su una pagina acquerellata di un libro per bambini: Siamo in tanti. Sei Tu?, pubblicato dalla casa editrice veneziana Editions du Dromedaire. L’hanno fondata, otto anni fa due artisti: Pietre Hornain e Florence Faval. Quest’anno però, nello stand allestito alla Fiera della piccola editoria che si è appena conclusa a Roma, Florence è sola. Il compagno di una vita, Pierre, se n’è andato, troppo presto, stroncato da un tumore.
PER L’INFANZIA
“Finora io mi ero sempre occupata delle illustrazioni, tutte realizzate a mano: incisioni, collage, pitture. Pierre, invece, ha sempre scritto i testi” racconta Florence, che espone i preziosi libriccini colorati con orgoglio e coraggio. L’ultimo in ordine di pubblicazione è Angelina la ragazza gazza, un libro a fisarmonica con testi inediti di Pierre, un mondo artigianale che svela la poesia celata tra una pagina e l’altra.
I bambini, intere scolaresche, si fermano a guardare, vogliono toccare i libri, leggerli, e ascoltare favole per poter sognare ad occhi aperti, come accade in molti stand della Fiera, dove i testi per l’infanzia sembrano avere un gran successo: da Miss Galassia, scritto da Stefano Benni, che ci racconta la storia di Vanesium, un paese abitato da abitanti ossessionati dall’aspetto fisico, a Batte forte il cuore di Fabrizio Casa, storia di una città divisa da un muro. Quest’ultimo è un libro pubblicato dalla casa editrice Sinnos, che in Fiera presenta anche un’altra novità interessante: un cofanetto rivolto ai bambini non udenti, italiani e stranieri e contenente due volumi di filastrocche italiane, arabe e indi in lingua originale, un glossario sui primi scambi comunicativi e un piccolo saggio plurilingue dedicato ai genitori.
Ai piccoli dislessici, invece, ha pensato la casa editrice Biancoenero che manda in libreria Canto di Natale di Charles Dickens; Colori di Marilù Eustachi, invece, è un repertorio di immagini con parole scritte in diverse lingue e il segno corrispettivo in Lis (la Lingua dei Segni Italiana).
Mano a mano che l’età, cresce l’interesse dei lettori cambia. Ecco perché gli adolescenti sembrano preferire lo stand della casa editrice Fazi, che sfoggia tutta la serie di Stephanie Mayer corredata da poster, magliette e calendari a tema.
Ma la vera novità di quest’anno sembra essere la presenza dei paesi larinoamericani. Per la prima volta, infatti, viene dedicato uno spazio ad un progetto di respiro internazionale. Per questa prima edizione, appunto, l’Iila (Istituto Latino-Americano) ha invitato il messicano Jorge Volpi, i colombiani Hector Abad Faciolince e Dario Jaramillo, il peruviano Santiago Roncagliolo e il boliviano Pedro Shimose. Idea interessante, anche se i più acclamati in Fiera, restano i “nostri”: Rita Levi Montalcini, Carlo Lucarelli, Andrea Camilleri.
I NUMERI
La Fiera ha chiuso i battenti vantando un cospicuo aumento dei visitatori: ha oltrepassato quota 50 mila ingressi, il record della passata edizione. “L`aumento di pubblico certifica ancora una volta quanto questo evento sia apprezzato dai lettori, che nei 400 stand hanno trovato titoli raramente reperibili in libreria”, ha dichiarato il presidente del Comitato piccoli editori dell’Aie, Enrico lacometti. E la sorpresa è stato l’aumento delle vendite, nonostante la crisi economica.
Massiccia quindi l’affluenza agli oltre 200 incontri in calendario chiusisi ieri con Stefano Benni per il suo Miss Galassia (Orecchio Acerbo) e ovazioni per Umberto Eco, intervenuto a un incontro sulla Traduzione d’autore.
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Testata: Newsy.it
Data: 09/12/2008
Speciale "Più libri più liberi"
Redazione
MELTEMI - Da tempo serrata in una crisi profonda tanto da renderne, oggi, incerto il futuro, la casa editrice chiede una dimostrazione d'affetto, invitando i lettori ad acquistare i suoi libri
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Testata: Il Manifesto
Data: 05/12/2008
La crisi bussa alla porta e la Meltemi lancia un appello ai lettori
Redazione
Con una breve lettera ai lettori e gli autori la casa editrice Meltemi lancia un appassionato appello per segnalare le sue difficoltà economiche che stanno mettendo in discussione la stessa esistenza di Meltemi.
Per questo chiede ai lettori e agli autori di partecipare a una sottoscrizione attraverso l’acquisto di libri che potrebbe garantire la possibilità di acquisire il tempo necessario per trovare una via d’uscita alla sua crisi.
L’appello è apparso nel sito Internet della Meltemi (www.meltemieditore.it) e nel giro di poche ore sono arrivate le prime adesioni alla sottoscrizione da parte di lettori, autori e di docenti universitari di quelle discipline del sapere che la casa editrice romana ha privilegiato nel suo catalogo.
E così a poche ore dall’inizio di “Più libri più liberi”, la fiera romana dedicata alla piccola editoria che si tiene al Palazzo dei Congressi, giunta alla settima edizione, l’appello della Meltemi svela le difficoltà che l’editoria di qualità vive nel nostro paese. Da una parte la crisi economica, il cui primo effetto è spesso la riduzione dei consumi culturali, dall’altra una modificazione del mercato editoriale, che vede consolidarsi una concentrazione oligopolista nella produzione di libri, ma anche un meccanismo nella distribuzione e nella vendita che privilegia i grandi gruppi editoriali a scapito di quelli piccoli. E che così facendo valorizza solo autori mainstream.
La passione per scoprire nuovi autori e percorrere sentieri poco battuti sono invece le caratteristiche della Meltemi, a cui se ne è aggiunta un’altra: la pubblicazione di testi e di autori non italiani che rappresentano punti di vista e elaborazioni innovativi all’interno di discipline quali l’antropologia, i cultural studies, i media studies. Così nel suo catalogo si trovano autori come Gayatri Chakravorty Spivak, Robert Young, Homi Bhabha, Valentin Y. Mudimbe, Arjun Appadurai, Dipesh Chakrabarty, Achille Mbembe, Jacques Ranciere, Paul Gilroy. Accanto a questi autori, la casa editrice romana ha aperto le porte della sua redazione a studiosi italiani “debuttanti” o “eccentrici” rispetto l’accademia.
Scelte coraggiose che hanno tuttavia visto una gestione oculata dei propri bilanci. In altri termini, Meltemi è una casa editrice di qualità che è stata sempre gestita per mantenere la sua indipendenza. Ma quando alla concentrazione oligopolista si aggiunge la crisi economica che modifica l’accesso al credito, la situazione può diventare difficile da gestire.
E così chiede al suo pubblico di aiutarla, acquistando direttamente libri come forma di sottoscrizione. Per potere avere il tempo necessario per riordinare le idee e fronteggiare la crisi. Senza rinunciare a nessuna delle sue caratteristiche, dall’indipendenza alla ricerca di testi di qualità.
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Testata: Noi Indipendenti - Il Manifesto
Data: 05/12/2008
Basterà la crisi a vincere il disincanto?
Luisa Capelli
3,7 miliardi di euro contro otto: il mercato editoriale dei libri in Italia ha fatturato nel 2007 meno della metà di quello che abbiamo speso in “gratta e vinci”. Sempre nel 2007, circa metà degli italiani hanno letto un solo libro all’anno mentre poco più di tre milioni ne hanno letto uno al mese. E va sempre peggio: si legge ogni anno di meno, e se un laureato su due non legge, abbiamo un cellulare e mezzo per abitante (neonati compresi).
Un panorama che reclama politiche culturali di promozione della lettura, di diffusione territoriale di un sistema bibliotecario degno di questo nome, di sostegno alla creazione di librerie in grado di rendere i libri una presenza quotidiana nell’esistenza delle persone. Iniziative politiche e legislative che nessun governo ha saputo e voluto avviare in Italia negli ultimi decenni; anzi, per restare alle biblioteche, dal 2005 al 2007 le risorse a esse destinate sono state ridotte del 25 per cento.
Un’emergenza, in contrasto con la necessità sempre maggiore di soddisfare quei bisogni di conoscenza, informazione, relazioni che sempre più governano anche la produzione della ricchezza. Invece si riducono le risorse destinate alla formazione e alla ricerca e si soffoca la possibilità di ragionare sulle scelte, svelare privilegi, immaginare e investire sul futuro.
La possibilità di sopravvivenza dei marchi indipendenti, cioè di una pluralità di voci, non dipende certo dal supposto “libero” mercato: quello controllato, in Italia, da cinque grandi gruppi che da soli occupano una fetta pari al 65 per cento. Quale parità di competizione, quando colossi di tali dimensioni riversano in libreria la produzione delle loro case editrici, possiedono le principali reti distributive e i più importanti punti vendita e controllano gran parte dell’informazione, istituendo un corto circuito che si chiude quasi in automatico?
Basteranno lo tsunami finanziario e la pesantissima crisi economica di questi mesi, a rendere finalmente “out” i panni del disincanto e del cinismo, ad abbandonare le retoriche falsamente meritocratiche? Basteranno a mettere finalmente in calendario la complessità e la sofferenza, ma anche il desiderio e la volontà di comprendere e sperare, quel “vogliamo studiare di più, siamo pacifici e abbiamo speranze: non reprimete il nostro futuro” sventolato dall’Onda?
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Testata: Liberazione
Data: 05/12/2008
Piccoli editori sull’orlo della crisi
Tonino Bucci
Oggi comincia la loro Fiera a Roma, al Palazzo dei congressi dell’Eur. Gli organizzatori della principale kermesse della piccola e media editoria – in programma fino all’8 – puntano a migliorare il picco dei cinquantamila visitatori dello scorso anno. C’è persino dell’ottimismo nelle dichiarazioni ufficiali. I dati Istat, per esempio, dicono che la lettura è cresciuta nel 2008. Per il futuro si confida nelle tecnologie. Ormai i libri stampati in digitale sono uno su tre. Ogni cento libri cinque si vendono online. Il futuro è nel cosiddetto e-book? Nessuno può dirlo.
Il rituale della Fiera ha ormai i suoi fasti. L’elenco delle presenze di questa settima edizione è piena di nomi di scrittori, saggisti, scienziati, attori, poeti e conduttori televisivi. Ne citiamo qualcuno, del tipo Pupi Avati, Marco Baldini, Stefano Benni, Paolo Bonolis, Andrea Camilleri, Sergio Cammariere, Massimo Carlotto, Gianrico Carofiglio, Mauro Covacich, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Walter Pedullà, Sandro Portelli, Lidia Ravera.
Per la prima giornata segnaliamo Carlo Lucarelli, Pino Scaccia, Oliviero Beha e Vittorio Sgarbi. Ci sono anche le “interviste impossibili” Live alle 18 con Andrea Camilieri nel ruolo dell’intervistatore e Sergio Rubini nel ruolo di Venerdì, il personaggio del Robinson Crusoe.
Intanto però non è che la situazione dei piccoli editori sia idilliaca. L’anno si chiude con tanti timori. Persino un marchio piccolo ma molto prestigioso sul piano culturale come Meltemi ha lanciato un appello disperato. Alla Fiera ci sarà con le sue ultime novità.
Una è il saggio di Simon Critchley, Responsabilità illimitata, un’indagine filosofica sul deficit di coerenza etica delle democrazie moderne. Un altro libro è il secondo tomo del primo volume sull’ermeneutica delle Opere complete di Gianni Vattimo. Il terzo è Quelli a cui non piace di Francesco Muzzioli che riprende nel titolo una citazione di Brecht. Non solo critica letteraria, ma anche critica come strategia di sopravvivenza nel mondo di oggi.
La sopravvivenza è anche l’assillo di Luisa Capelli, direttrice editoriale di Meltemi. “Tutti reagiscono con stupore, ‘ma veramente Meltemi rischia di chiudere?’. È da anni che lo ripeto, noi viviamo in un equilibrio precarissimo. Da anni tanti nostri autori rinunciano a percepire i diritti d’autore che non siamo in grado di pagare. La struttura del mercato italiano è questa, risponde sempre più a una logica di altissima rotazione dei titoli, di scarso rifornimento del catalogo delle case editrici. L’anno scorso abbiamo pubblicato, lo dico come esempio, un libro di Ellen Meiksins Wood, Imperi del capitale, che ha avuto anche recensioni positive e che ha avuto successo negli Stati Uniti. Abbiamo dovuto tradurlo e acquisire i diritti esteri. Ma da noi ha venduto in un anno 183 copie. Ripeto: 183 copie. E questo non significa soltanto non raggiungere il punto di pareggio, ma andarci fuori con l’accuso, neanche la carta ci paghi”.
Ma perché succede questo? L’Italia, che non è mai stata, se non per brevi periodi eccezionali, un paese di accaniti lettori, si è completamente trasformata in un paese di teledipendenti che non vogliono più avere a che fare con la lettura?
“Noi chiuderemo l’anno con un calo delle vendite rispetto al 2007 superiore al trenta per cento in meno. Per noi, visto che la Meltemi è una casa editrice che si sostiene in equilibrio precarissimo, vuol dire il tracollo. Vuol dire accumulare debiti. Quando non hai altre risorse o sostegni esterni è evidente che un dato del trenta per cento in meno produce un disastro in imprese come le nostre che sono praticamente no-profit per definizione”.
Sotto i morsi della crisi gli italiani rinunciano per prima cosa ai libri. Ma non è detto che il tracollo dei piccoli editori sia dovuto soltanto al fatto che si legge di meno. I piccoli devono vedersela anche con i colossi della distribuzione. “Il mercato editoriale è governato da scelte politiche e da logiche che non fanno gli interessi delle piccole e medie case editrici, anche se prestigiose. Alla grande distribuzione non interessa rendere conto e valorizzare quello che la piccola editoria produce. Anche se, ripeto, questa si fa artefice di operazioni culturali di primo piano. Questa situazione, unita al calo consistente delle vendite, determina immediatamente il tracollo. I due dati sono collegati in un panorama culturale che si impoverisce sempre di più”.
Ma non sarà che, per via di questo collegamento, le scelte economiche del mercato, cioè della distribuzione, finiscono per avere effetto politico e influenzare i gusti e gli acquisti dei (pochi) lettori? “Non è l’unica causa, ma c’è anche questo meccanismo. Per i piccoli editori ogni minimo effetto può essere devastante. Per le piccole case editrici, voglio dire, sarebbe importante poter vedere una finestra sulla loro produzione maggiore di quanto non si veda al momento nelle librerie. Se investi lo spazio che hai in libreria prevalentemente per i titoli di maggiore effetto e rotazione e se i titoli delle piccole case editrici sono negli scaffali in basso e meno visibili, è chiaro che io piccolo editore vendo sempre di meno. Sono scelte che mi penalizzano. C’è una cosa che mi preme dire. Non è per snobbismo, ma noi della Meltemi abbiamo continuato a fare certe scelte editoriali perché siamo convinti che vadano indagati territori inesplorati delle scienze sociali”.
Ecco, appunto. Una casa editrice può anche portare avanti strategie culturali di spicco. Meltemi, tanto per restare al caso, è stata il primo editore ad aver portato in Italia una corrente di studi e autori che da noi era praticamente sconosciuta. Ci ha fatto conoscere gli studi postcoloniali e i cultural studies, ha introdotto una pratica di pensiero che scombussolava i comparti tradizionali delle discipline. Eppure, tutto questo, foss’anche la rivoluzione epistemologica del secolo, al mercato non interessa. “Noi siamo nati producendo libri interdisciplinari. Oggi tutti cavalcano questa parola d’ordine. Ma allora, quando cominciammo noi, ci prendevano per pazzi. Tutti ci dicevano ‘ma che cosa sono questi studi postcoloniali? È sociologia o antropologia?’. ‘In quali scaffali li mettiamo?’ ci chiedevano dalle librerie o i docenti. Era una risposta impossibile da dare. Rispondevamo: ‘Siate voi a trasformare le vostre discipline per render conto di questa nuova produzione culturale se questa suggerisce piste utili per la ricerca’. Le caselle si costruiscono, i paradigmi si cambiano, non è detto che bisogna sempre adattare la ricerca ai paradigmi esistenti. E poi è urgente rifondare tanto più in questo momento di smarrimento generale. Certe categorie ormai mostrano il segno”.
Ma se cambiare paradigmi è poco redditizio, non ci sono speranze di innovazione a lasciare tutto in mano al mercato. Se non c’è un sostegno pubblico e un investimento statale la cultura ristagna. “Assolutamente. Ci sono due dati significativi per la situazione italiana, Il primo riguarda l’indice sull’attitudine alla lettura. Se nel 2007 il mercato editoriale ha fatturato tremila miliardi e settecento milioni di euro, noi ne abbiamo spesi otto in Gratta e vinci. Questa è la proporzione. L’altro datto riguarda le scelte politiche dei governi negli ultimi tre anni. Dal 2005 al 2007 le risorse destinate all’acquisto dei libri per le biblioteche sono calate del 25 per cento. Non si può parlare di investimenti per la cultura a fronte di questi numeri. Basta con la demagogia sulla lettura. Le biblioteche non hanno più soldi tanto che ci chiedono i libri gratis. Dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo. Stiamo pensando a una diversa gestione delle risorse tecnologiche, per esempio a una produzione di e-book a bassissimo costo, se non addirittura in forma gratuita. Oppure devolvere una parte dei libri acquistati alle biblioteche che per i piccoli editori sono fondamentali”.
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Testata: Noi Indipendenti - Il Manifesto
Data: 05/12/2008
Sarà capitato anche a voi di prendere in mano un libro e dirvi “ma questo editore come campa”?
Daniele Giglioli
Guardiamo un po’ più da vicino espressioni correnti come “piccolo editore” o “piccola editoria”. In apparenza sono neutre, oggettive e descrittive: quanto alle dimensioni e al fatturato, è ovvio che Meltemi non è Mondadori e Ombre corte non è RCS. Eppure, basta un poco d’orecchio e un minimo di riflessione per accorgersene: c’è in esse qualcosa di insultante, di umiliante, di offensivo. Non perché denotano una condizione di minorità, ma perché lo fanno con condiscendenza, paternalismo, carità pelosa, bonomia padronale, un po’ come si dice “un giovane scrittore”, “un bravo bambino”, “tanto una cara persona”, e si sottintende: poveretto, nelle sue condizioni fa anche troppo. Perché nessuno dirà mai male di un piccolo editore, il quale di volta in volta sarà sempre raffinato, coraggioso, generoso, eroico, coltissimo, disinteressato, talentuoso e gran signore: altro che i pavidi squali dei grandi gruppi editoriali, terrorizzati dagli addetti al marketing e sempre a sgomitare per recensioni, passaggi in televisione e premi letterari!
Non sono del resto costoro i primi a sostenerlo, un po’ come una volta si diceva che fossero i carabinieri a mettere in giro le barzellette sui carabinieri? Magari sospirando: ah, se potessi fare come loro, se non avessi le mani legate dai commerciali, dagli agenti, dagli amministratori delegati... La deprecatio della grande editoria (e la laudatio della piccola) è un genere letterario in cui ci siamo cimentati tutti, ricamando con più o meno fantasia su topoi antichissimi come “meglio poveri che servi”, “preferisco una cipolla a casa mia piuttosto che un fagiano a corte”, “il topo di campagna e il topo di città”, nonché, peggio di tutti, “piccolo è bello”.
Ebbene no. E no proprio perché in quei topoi, e in quelle descrizioni e in quei giudizi c’è molto di vero. Vero è che i grandi gruppi hanno infinitamente meno coraggio, inventiva, capacità di rischio e fiuto nel trovare cose nuove. Vero è che sono tutti complici volontari della cosiddetta legge di Gresham (la cattiva moneta scaccia la buona, i libri spazzatura quelli “seri”). Vero è che spesso l’unica cosa che gli importa davvero, al di là delle chiacchiere, è di imbroccare il bestseller, e non per cattiveria o malafede ma perché è così che funziona il mercato. Vero è che in Italia come altrove la piccola editoria gode di una vitalità e di una spregiudicatezza straordinarie, ed è evidentemente sorretta da una passione per l’oggetto di cui si occupa (i libri, e quello che significano) che sconfina a tratti nella mania o nella filantropia - vi sarà capitato come a me, prendendo in mano certi titoli, di chiedervi “ma questo come campa”? È vero infine che a guardarla con uno sguardo d’assieme la galassia degli editori medio/piccoli si rivela come un segmento di una più vasta rete di produzione culturale indipendente, fatta di teatranti, musicisti, artisti, giornalisti, designer e genietti delle nuove tecnologie, tutt’altro che inerte, piena di invenzioni, non subalterna, “autonoma” dai presunti centri di visibilità e di risonanza mediatica, sempre sulla linea di galleggiamento per quanto riguarda la sopravvivenza materiale, ma non per questo piagnona e risentita – qualche volta a dire il vero sì, ma più spesso ironica, mordente, divertita, sfrontatamente ribalda.
Sono tanti (e fra questi ci siamo anche noi del «manifesto»). Sono la vera aristocrazia culturale del paese, e non c’è niente di male a dirlo, anche se l’espressione è un po’ impropria e il concetto di aristocrazia dal basso quanto mai contraddittorio - sempre meglio, però, dell’intollerabile “meritocrazia”.
Ma proprio per questo, a maggior ragione bisogna negare che piccolo sia bello. Bello è ciò che queste realtà fanno di grande, non di piccolo. Bello è quando qualcosa di valore si riesce a farla conoscere, a diffonderla, a renderla comune, collettiva, condivisa. Questo è il punto. Che esperienze di grande valore restino minoritarie, semiclandestine, elitarie o underground è un male, non un bene. Un’esperienza non condivisa è piccola per definizione, e dobbiamo dircelo, scrollandoci di dosso la mitologia postsettantasettina del sommerso, del semianonimato, dell’elusione, della decenza, della restrizione di orizzonti per non essere troppo complici di ciò che accade “di là”, nel gioco grosso, dove imperversano gli adulti corrotti e corruttori. Una mitologia che ha avuto certo una funzione di resistenza – meglio stare alla larga, ai margini, ai confini, piuttosto che vedere certe facce o stringere certe mani insudiciate: ma che ha fatto il suo tempo.
Se pronunciata da un “pezzo grosso”, l’espressione “piccola editoria” ha qualcosa di paternalistico e offensivo, detta da chi la fa, la legge e la sostiene comporta il rischio dell’autoindulgenza, della purezza, della consorteria, della superiorità sospirosa proprio perché non riconosciuta. Perché mai misurarci con gli altri, gli sprovveduti, gli analfabeti di ritorno, i lobotomizzati dai best seller (quando va grassa), se stiamo così bene tra di noi? In fondo abbiamo gli stessi gusti, gli stessi disgusti, e per capirci basta un’occhiata. Così ragionano gli adolescenti, e fanno bene a farlo. Ma non così funziona e ha mai funzionato la cultura che conta davvero, le idee e le immagini che hanno acceso l’immaginazione, accresciuto la conoscenza, cambiato il modo di vedere e di sentire, e quindi il mondo.
Per fare questo, non c’è santi, ci tocca diventare grandi. I piccoli editori e noi che li leggiamo (e anche i piccoli giornali come questo). Una bella fatica, se non si vuole farlo nell’unico modo oggi proposto come possibile, estorcendo romanzi ai calciatori o rincorrendo i brevi cenni sull’universo dei tuttologi televisivi. Ma anche una bella sfida e un bel divertimento, dopo tutto. Che solo i piccoli si divertano davvero è un altro di quei luoghi comuni di cui liberarci quanto prima. Buon lavoro, allora, e buon divertimento a tutti noi.
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Testata: Il Manifesto
Data: 03/07/2008
Università di Roma. Una lettera aperta che scuote il campus della comunicazione
Benedetto Vecchi
La forma scelta è inusuale per il mondo sempre più ovattato e autoreferenziale dell’università italiana. Positivamente, inusuale è anche lo stile pacato, ma fortemente, critico verso una scelta che coinvolge il piano di studi definito recentemente dalla facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università la Sapienza di Roma. Si tratta di una lettera aperta che l`antropologo Massimo Canevacci ha inviato al consiglio di facoltà per rendere pubblico il suo dissenso rispetto alla decisione di cancellare la cattedra di antropologia culturale per il conseguimento della laurea triennale., L’autore tiene a precisare che la lettera non nasce da un conflitto di interessi – l’insegnamento, soppresso della materia di cui è docente - visto che il prossimo anno andrà in pensione. Il dissenso di Massimo Canevacci nasce dalla profonda convinzione che questa decisione svela una forte tendenza delle università italiane a «dismettere» l’attività di ricerca a favore di una divulgazione «giornalistica» del sapere.
Massimo Canevacci è uno studioso giunto alla cattedra alla Sapienza dopo un lungo periodo di ricerca sul campo nel Mato Grosso in Brasile e la docenza all’Università di Sau Paulo. Ha diretto riviste (l’ultima è «Avatar»), scritto, molto - «Antropologia della comunicazione, visuale. Per un feticismo metodologico» (Costa&Nolan), «Sincretismi. Un’esplorazione nelle, ibridazioni culturali» (Costa&Nolan), «La città, polifonica, Saggio sull’antropologia della comunicazione, urbana» (Seam), «Culture eXtreme., Mutazioni giovanili tra i corpi delle metropoli», (Meltemi), «Linea di polvere» (Meltemi). Negli ultimi anni ha concentrato la sua attenzione a quelle forme di vita giovani e metropolitane e alla rilevanza assunta dalle tecnologie digitali nella rappresentazione del sé. Ed è a partire dalla centralità assunta dalla comunicazione digitale nella realtà contemporanea che prende avvio la sua lettera aperta.
«A fronte di un’indubbia crisi dell’ordinamento triennale - si legge nella lettera pubblicata integralmente sul sito della casa editrice Meltemi, www.meltemieditore.it - si è deciso di ristrutturare l’ordine degli studi secondo una visione della comunicazione restauratrice e schiacciata sull’esistenza. In tal modo, la scienza della comunicazione rischia di tradursi a una preparazione professionale di taglio giornalistico». E se questa è la prima accusa, più radicale è la tesi sul rischio che la rinuncia a un lavoro innovativo di ricerca trasformi i docenti universitari in «funzionari dell’industria culturale» che «addestrano gli studenti alla rinuncia dell’innovazione e all’assenso disciplinato». Da qui le conclusioni sul carattere restauratore delle decisioni prese dall’università romana: «Si è preferito puntare su materie "classiche` (diritto e storia), eliminando la prima della tre discipline fondamentali delle scienze sociali (antropologia, sociologia, psicologia). Il docente che la insegnava viene "esiliato" al terzo anno del corso di laurea di Cooperazione e Sviluppo, con una materia denominata Comunicazione Interculturale, rivelando così, secondo Massimo Canevacci, un neo-colonialismo culturale che punta a cancellare i percorsi di ricerca teorica che hanno messo sotto accusa il concetto di sviluppo imposto dall’Occidente bianco al resto del mondo.
Fin qui la lettera. Molte le reazioni alla sua pubblicazione nel web, con attestati di stima verso Massimo Canevacci da parte di docenti di altre università (Alberto Abruzzese e Franco Purini, ad esempio) e studenti della Sapienza. Dalla Facoltà di Scienze della comunicazione finora nessuna reazione «istituzionale». In apertura del consiglio di facoltà a cui era indirizzata la missiva di Canevacci, il preside Mario Morcellini ha sostenuto che i problemi sollevati dovevano essere messi all’ordine del giorno del prossimo consiglio di Facoltà, Una «apertura» che non ha certo raffreddato gli animi di molti docenti, che si sentono ingiustamente offesi, sia nel merito che nel metodo, dalla lettera aperta di Massimo Canevacci.
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Testata: Flash Art online.it
Data: 28/11/2007
Intervista a Luisa Capelli direttrice editoriale della Meltemi
Nicola Trezzi
Nicola Trezzi: In poco più di dieci anni da casa editrice di nicchia a punto di riferimento per le nuove tendenze del contemporaneo. Come sta reagendo la Meltemi a questa effervescenza della scena artistica romana? Fuoco di paglia o rinascita?
Luisa Capelli: Mi onora che la Meltemi possa essere definita un “punto di riferimento per le nuove tendenze del contemporaneo”, ma penso ci siano anche altre case editrici (per lo più piccoli e/o medi editori di qualità) che esplorano coraggiosamente frontiere meno scontate e con curiosità praticano un lavoro di ricerca e apertura a nuovi autori, argomenti, stili. Non siamo una casa editrice tradizionalmente legata al mondo dell’arte (non abbiamo, per esempio, una storia di produzione di cataloghi), ma nella nostra proposta editoriale è da sempre forte l’attenzione a quanto avviene sulla scena artistica (e non solo agli ambiti tradizionali come il cinema, la pittura, la musica, la fotografia, ma alle sperimentazioni che integrano, modificano, contaminano corpi e materiali con le tecnologie) e ciò anche a causa della lezione transdisciplinare degli studi culturali, che abbiamo fatto nostra applicandola alle scelte editoriali. L’esplorazione del presente ha guidato e ispira il nostro lavoro: rifiutando separazioni obsolete e dicotomie ridicole (come quelle tra saperi “alti” e “bassi” o tra culture “primitive” e “moderne”), puntando lo sguardo su ciò che accade realmente nelle società e nelle culture, tra le donne e gli uomini in carne e ossa, nelle azioni e nelle scelte politiche ed economiche che governano opportunità ed esclusioni. Le nostre scelte, oltre e più che sulle tematiche, sono orientate da un metodo che in qualche modo cerchiamo e sviluppiamo insieme ai nostri autori: la curiosità di percorrere sentieri inesplorati cammina insieme al rigore con il quale essi vengono indagati, mantenendo tesa l’attenzione sui modi in cui, in questo mondo, interagiscono cultura e potere.
NT: La vostra collana-guida Meltemi Melusine ha pubblicato diversi saggi rivolti a un certo tipo di filosofia dell’arte come Postculture di Teresa Macrì e lo straordinario Enjoy! le cui fondamenta sono nate sui numerosi interventi di Senaldi proprio sulle pagine di Flash Art (Jeff Koons, I fatti del giorno ecc.). Cosa riserva il futuro?
LC: La nostra collana Melusine riprende il nome che abbiamo dato alla sirena a due code del nostro logo. Melusina è un personaggio mitico, donna-sirena dominata dall’incantesimo di mantenere il segreto sulla propria natura, al tempo stesso portatrice di fecondità e prosperità per chi le sta accanto.
Melusine gioca sull’ambiguità dello sguardo che posiamo sul mondo: irriverente e mai compiaciuto, antagonista e creativo. È una collana dove convivono testi di noti e discussi filosofi contemporanei, antropologi, teorici della critica postcoloniale, esploratori della cultura visuale, dei fashion studies, del mondo dell’arte, del virtuale e del postumano: circa 70 titoli per quasi altrettanti autori, tra i quali è difficile scegliere solo pochi nomi. Ackerman, Butler, Calefato, Canevacci, Chambers, Clifford, Gilroy, Ilardi, Latini, Longo, Macrì, Mirzoeff, Steel, Senaldi, Sloterdijk, Zizek, non sono che i primi a venirmi in mente, tutti accomunati dalla curiosità di investigare la contemporaneità senza rinunciare all’impegno della ricerca e alla responsabilità verso i lettori.
Le prossime uscite di Melusine rispecchiano efficacemente questo impianto: Imperi del capitale di Ellen Meiksins Wood, Il tramonto dei non luoghi di Massimo Ilardi, Il mondo nel mirino di Rey Chow, Oltre l’estetica di Raffaele Gavarro e poi, a gennaio, il nuovo libro di Mario Gerosa, Rinascimento virtuale.
Alla produzione di “Melusine” si affianca quella delle altre collane, prima tra tutte la nostra “Biblioteca”, all’interno della quale abbiamo pubblicato, facendole conoscere per primi ai lettori italiani, le opere di autori come Arjun Appadurai, Homi Bhabha, Dipesh Chakrabarty, Partha Chatterjee, Achille Mbembe, Valentin Mudimbe, Gayatri Spivak, Robert Young e molti altri. Qui abbiamo appena avviato un’impresa notevole e impegnativa con la pubblicazione dei primi due volumi (dei circa trenta previsti) delle opere complete di Gianni Vattimo, uno dei filosofi italiani più noti e stimati in tutto il mondo.
NT: Anche voi su Second Life: proprio mentre esce il saggio di Mario Gerosa sul fenomeno virtuale del momento, nasce Immaginaria progettata dal vincitore del concorso “Second architecture for Meltemi Editore”. Come è nato il tutto e quali sono i sogni e gli obiettivi di questa filiale virtuale?
LC: La collaborazione con Mario Gerosa, dopo l’uscita di Second Life, ha prodotto e continua a stimolare suggestioni e idee riguardanti gli scenari virtuali. Idee che si sono intrecciate con i nostri interessi verso tutto quanto si muove nella rete, con un occhio rivolto in particolare al crescere e moltiplicarsi dei social network e alle evoluzioni del web 2.0. Il concorso per la costruzione della sede in SL tendeva a cogliere e sviluppare proprio questo intreccio: eravamo e siamo poco interessati a issare bandierine, su un’isola di SL, come in qualsiasi altro spazio virtuale o reale; quello che ci preme è stabilire connessioni, intensificare reti di relazioni significative tra coloro, noi compresi, che operano all’interno della rete e ne immaginano usi democratici e creativi, capaci di affrancarsi da vincoli (commerciali, accademici, mainstream) che ancora troppo spesso ingabbiano le conoscenze e ne ostacolano o addirittura impediscono la libera circolazione.
Per una serie di problemi derivanti dalla conduzione di una casa editrice relativamente piccola, ma che persegue ostinatamente obiettivi di accurata selezione e qualità dei testi, l’inaugurazione di Imaginaria e delle attività che intendiamo svolgervi è stata ritardata rispetto a quanto ci eravamo proposti. La mia idea resta comunque quella di non farne una scatola riempita di contenuti pensati e prodotti nella “prima vita” e trasportati tali e quali nella seconda: Imaginaria troverà una sua ragion d’essere solo se costituirà un esperimento di partecipazione e condivisione costruito insieme ai residenti di Second Life, utilizzando le potenzialità comunicative di quella piattaforma e producendo forme inesplorate di convergenza con le attività editoriali. Un punto di partenza sarà certamente la costituzione della Fondazione per la conservazione dell’arte virtuale e della raccolta di opere in formato digitale che abbiamo già iniziato e che troveranno permanente spazio di esposizione all’interno di Imaginaria.
Ma ciò che immagino, come ho detto, è lo sviluppo di un reticolo di iniziative fuori e dentro il web, alle quali stiamo intensamente lavorando, con il rinnovamento del nostro sito (www.meltemieditore.it) e l’apertura al suo interno di spazi partecipativi e di effettiva collaborazione con i lettori dei nostri libri e gli amici della Meltemi.
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Testata: Rodeo
Data: 03/09/2007
Leggere/SET
Redazione
Di Second Life ormai si sa tutto. Un territorio virtuale che coinvolge un numero sempre maggiore di persone e aziende. Singolare è l'iniziativa della casa editrice Meltemi che ha bandito addirittura un concorso per progettisti per creare architetture digitali, con criteri funzionali ed estetici, della sua sede in Second Life. L'intento è di promuovere in questo "spazio aperto" attività creative collaterali. I 18 progetti finalisti sono visibili anche sul sito della casa editrice: meltemieditore.it
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Testata: Adolgiso.it
Data: 24/08/2007
Meltemi in Second Life
Armando Adolgiso
L’Editrice Meltemi è la prima impresa editoriale italiana ad avere una sua sede anche in Second Life dopo avere bandito un concorso (un esplicativo video qui) per l’ideazione di quella dimora virtuale.
Tempo fa ne ho dato una prima notizia nel corso di un’intervista con Mario Gerosa, autore di Second Life e tra gli ideatori del concorso stesso; per il suo blog, cliccate su Played in Italy.
Alla direttrice editoriale Luisa Capelli ho chiesto il perché di quella sua scelta.
Second Life è una piattaforma di comunicazione estremamente interessante e innovativa: la libertà d’iniziativa per i soggetti che vi operano e le potenzialità che esprime ci hanno spinto, a non usarla semplicemente come uno strumento in più per raggiungere
persone, ma a farne un luogo di attività della casa editrice. Per questo abbiamo lanciato il concorso per la nostra sede, cercando di catalizzare le tante risorse creative presenti in SL, ma non sufficientemente valorizzate. La qualità dei progetti, lo spirito con cui i concorrenti hanno partecipato e il riscontro positivo ottenuto in SL e in RL, dimostrano che è possibile assecondare e stimolare i processi di convergenza tra media vecchi e nuovi e tra diverse forme e dimensioni dei social network, enfatizzando quelle modalità cooperative, di condivisione e libero scambio delle conoscenze, decisive perché il lavoro di una casa editrice come la nostra abbia ancora qualche prospettiva.
Il concorso è stato vinto da una coppia di architetti con studio a Roma: Paolo Valente e Spartaco Paris.
Al primo (conduce un interessante blog intitolato Temperatura) ho chiesto: nell’ideare il progetto che vi ha visti vincitori, qual è stata la modalità di linguaggio che vi siete proposti? In altre parole, quale la prima, più importante differenza che passa nell’affrontare un progetto architettonico in RL e uno in SL?
Il linguaggio spesso è un equivoco, preferisco lavorare dando forma a dei contenuti e questo vale sia in RL sia in SL; l'occasione determinata dagli avanzamenti tecnologici e delle conseguenti maggiori interazioni tra le varie istanze del mondo, è uno dei temi principali che riguarda la sfera dell'uomo contemporaneo, anche nella sua estensione in SL.
Creare un luogo è stato il vero obiettivo, e sia in SL sia in RL, è una cosa che può fare solo l'architettura.
E Spartaco Paris: Progettare e' sognare, in RL come in SL, dare una forma certa a qualcosa di incerto come la vita con il vantaggio, in SL, che il sogno si condensa nella sua stessa dimensione metafisica ... e sognare diventa capire, progettare immaginare e sentire vivere.
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Testata: Edilizia e Territorio - Il Sole 24 Ore
Data: 04/08/2007
Fenomeno Second Life. Un "cubo" virtuale ospiterà l'editore Meltemi
Redazione
Oltre che nelle principali città italiane, che abbondano di progetti mai realizzati, l’architettura virtuale trova uno spazio, forse più appropriato, anche in Internet. Mentre sui
giornali si fa largo il dibattito sull’effettiva consistenza del fenomeno Second Life (business o semplice gioco?) la casa editrice Meltemi non molla. E aggiudica il concorso per sviluppare la propria sede sull’isola di Myrsine (uno spazio nel mondo virtuale offerto provvisoriamente da Gabetti Proprerty Solutions). Tra i 18 in gara, con presenze dagli Stati Uniti alla Polonia, tutti giovani, si è aggiudicato il primo premio di cinquemila euro il gruppo guidato dallo studio d’architettura Via Brunetti di Roma (Paolo Valente e Spartaco Paris). «Il progetto - motiva la giuria - eccelle sia nelle soluzioni estetiche, sia nella qualità e fruibilità dei contenuti, pienamente ipertestuali e insieme immediatamente accessibili». La sede Meltemi, dove saranno organizzati eventi e archiviata anche una collezione di opere d’arte, ovviamente virtuali, sarà un cubo rimodellabile e adattabile al variare delle esigenze d’uso, i cui limiti sono costituiti da sole immagini.
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Testata: Adolgiso.it
Data: 20/02/2007
Incontro con Luisa Capelli
Armando Adolgisio
(qui la pagina originale)
Siamo sull’U.S.S. Enterprise NCC-1701-D: lunghezza 642
metri, larghezza 467, altezza 137.
Velocità massima: curvatura 9.8, velocità di crociera:
curvatura 6.
Mi trovo nella vineria della nave. Non sorprendetevi, chi mi conosce lo sa, sono
capace di trovare un’enoteca in ogni angolo della Galassia. Ho convinto,
infatti, il Capitano Jean-Luc Picard ad aprirne una qui. E’ stato facile: lui -
come sapete dagli episodi di Star Trek – è nato in Francia nel 2305, in
una famiglia di viticoltori, ci siamo intesi subito. E poi l’Enterprise ha 1012
effettivi, può ospitare fino a 5000 persone, insomma i clienti non mancano,
‘sta vineria per lui è un affare!
Inoltre, gli andassero storti un giorno i rapporti con
quelli della Federazione Unita, può sempre mettersi a fare l’oste su qualche
pianeta ospitale, basta che scansi il pianeta Terra.
L’ospite accanto a me è Luisa Capelli. Direttrice editoriale della Meltemi.
Di questa Casa n’è stata cofondatrice nel 1994, insieme con Marco Della Lena,
esercitando anche le funzioni di rights manager, traduttrice, ed editor delle
opere pubblicate. Ma so anche che ha ideato alquante delle collane con le quali
è attrezzata la Meltemi.
Una, insomma, che conosce bene i meccanismi dell’editoria, le sue pratiche, i suoi
problemi.
Laureata in Lettere e Filosofia, indirizzo demo-etnoantropologico, presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, con una tesi di laurea in Antropologia salutata dal massimo dei voti, s’è poi specializzata, presso la stessa Università in ‘Antropologia delle società complesse’, e, successivamente, a Marsiglia, presso l’École des Hautes Études en sciences sociales, ottiene un altro diploma con uno studio sulla digitalizzazione e informatizzazione della ricerca in antropologia visuale.
Da due anni è titolare di un contratto per l’insegnamento di “Economia e gestione
delle imprese editoriali” presso il Corso di Laurea Specialistica in “Editoria,
comunicazione multimediale e giornalismo” dell’Università di Tor Vergata.
Dalla
sua tutti i numeri, sia in teoria e sia in pratica, della professione
editoriale. I risultati, infatti, non mancano e la Meltemi è oggi dei più
stimati marchi librari italiani che pubblica da anni libri di grande qualità
con l’attenta proposta di saggi specialistici su campi che vanno dalla
sociologia all’antropologia, alla semiologia, alla comunicazione, alle arti
elettroniche.
Ai miei
occhi ha anche il grande merito di non pubblicare narrativa e poesia.
Alla fine dell’anno scorso, 2006 secondo i terrestri, Meltemi aveva in catalogo 600 titoli; per conoscerli cliccate sul sito web dell’Editrice.
Benvenuta a bordo, Luisa
Bentrovati! Che sorpresa essere trasportata in una
vineria… mi aspettavo aminoacidi in pillole e invece mi trovo in mano un bianco
secco e fruttato: un’accoglienza tanto inattesa quanto piacevole! Grazie.
Sabrina Iasillo, luminosa sommellier dell’EnotecaBistrot Uve e Forme, mi ha
consigliato d’assaggiare durante la nostra conversazione nello Spazio questa
bottiglia di “Ribolla Gialla Anfora 2001” dell’ Azienda Agricola Josko Gravner, segnalandomi in Spacefax … leggo le sue parole…
“Ribolla Gialla macerata con le bucce in anfore di terracotta interrate, fatte
venire dal Caucaso. E’ come amare la poesia o la musica o la pittura, viene dal
cuore ed al cuore arriva. Non conosce spiegazioni; e’ reale ma irragionevole
come un sogno. Niente gli assomiglia, ma non importa, ti aspetta”. Fin qui Sabrina Iasillo… qua il
bicchiere.
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per
lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio
stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra,
come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo
ritratto… interiore…insomma, chi è Luisa secondo Luisa…
Mi piace bere, meno mangiare, molto
cucinare. Ho una figlia adolescente e una cana fifona, mamma novantenne e libri
accatastati ovunque. Parlo con le piante che invadono il mio terrazzo e non
riesco a convincere una coppia di merli a lasciarle in pace. Penso che il
sapere sia una risorsa comune e che il mestiere che svolgo, senza nessuna
retorica, debba ritrovare un maggiore senso etico. Mi sento una privilegiata,
perché vivo in una piccola parte del mondo che si arricchisce e sperpera sulle
spalle di quella più grande, faccio un lavoro che amo e sono circondata da
persone che stimo e cui voglio bene. Vorrei poter viaggiare quanto potevo
permettermi in passato e la cosa che oggi più mi manca è il tempo. Magari voi
potreste aiutarmi a schizzare dove vorrei…
Qual è la linea editoriale di Meltemi. Intendo conoscere
non l’elenco delle collane e le loro specializzazioni (per queste cose ho già
prima rinviato i miei avventori al tuo sito web), bensì la vocazione della casa
editrice, il suo obiettivo espressivo e di mercato
Quando
abbiamo fondato la Meltemi, con Marco, avevamo un’idea che ancora oggi funge da
guida per le nostre scelte editoriali: contribuire a inserire in un circuito di
non addetti ai lavori idee, analisi, riflessioni presenti nel mondo della
ricerca universitaria, “imponendo” a questi autori di misurarsi con i lettori,
uscendo dai linguaggi autoreferenziali tanto presenti quanto suicidi (se non
per la propria riproduzione) nell’accademia, in particolare italiana. Questa
operazione è riuscita, a volte pienamente altre meno, anche a causa di un
progressivo restringimento degli spazi editoriali di mercato per pubblicazioni
che mirano a restare nel tempo (vendendo poco ma a lungo) piuttosto che
suscitare entusiasmi effimeri (ma vendite sostanziose, anche se in un arco
breve di tempo).
Quale metodo usi per selezionare le proposte che
t’arrivano?
In
casa editrice le proposte arrivano secondo tre fondamentali percorsi. In un
primo caso, sono i consulenti, le agenzie letterarie, gli editori esteri e gli
autori che segnalano lavori interessanti, pubblicazioni da tradurre, temi che
varrebbe la pena affrontare. Poi ci sono le proposte inviate direttamente dagli
autori per posta elettronica o in versione cartacea (e sono una valanga alla
quale spesso non riusciamo a rispondere che dopo mesi). Infine c’è un lavoro di
ricerca di autori, argomenti, libri a noi congeniali che, dalla più semplice
traduzione di un volume già pubblicato in un’altra lingua, e passando, ad
esempio, per le raccolte tematiche (che possono includere saggi editi e
inediti), può condurre alla “commissione” di un testo ancora tutto da scrivere.
Rispetto agli altri paesi europei il management editoriale
in Italia è competitivo oppure no? Se sì, come? Se no, perché?
Ritengo
che, nonostante la brusca accelerazione dei processi di concentrazione che
anche qui ha investito il mondo dei media, esistano ancora persone che in
Italia esercitano questo mestiere con grandi passione, vivacità e capacità. Ma
se queste non riescono a produrre risultati economicamente competitivi (tranne
in rare eccezioni, che non sempre rappresentano i fiori all’occhiello in
termini di qualità), rispetto allo scenario europeo, ciò dipende anche dalla
marginalità in cui la cultura italiana si dibatte ormai da troppi anni.
Il
discrimine, a mio parere, sta qui: compete di più il buon libro che ottiene
risultati economici modesti ma suscita dibattito, interesse, prestigio (per
l’autore e per la casa editrice) e quindi esercita influenza culturale in un
senso ampio; oppure, ciò che determina il successo è inscritto solo nella
colonna dei numeri del fatturato?
Secondo
te, perché mentre il cinema s’avvale di esercizi che con i locali d’essai
riesce – e anche con risultati spesso commercialmente apprezzabili
– a presentare opere sgradite alla grande distribuzione, non avviene
altrettanto con le librerie?
Francamente
non trovo che il cinema in Italia sia messo tanto meglio dell’editoria. Siamo
un Paese pochissimo aperto alle produzioni meno commerciali e di cassetta
(italiane ed estere), e spesso anche i successi commerciali, ma non provenienti
dal “centro dell’impero” restano fuori dai nostri confini. Pensa al cinema di Bollywood,
che pure è noto, vivace e prolifico: in rari casi arriva nelle nostre sale,
quasi esclusivamente nei circuiti indipendenti e spesso per pochi giorni. Ci
sono le eccezioni, naturalmente, ma sono tali: una produzione italiana che
rappresenta un esempio di meritato quanto inatteso successo è per esempio il
film-documentario “L’orchestra di Piazza Vittorio”, un caso felice, appunto.
Librerie
indipendenti che cercano di selezionare una propria proposta autonoma dai
condizionamenti della grande distribuzione ne esistono, ma sono poche,
sopravvivono con estrema difficoltà e, soprattutto, vivono una situazione di
isolamento che mi pare essere il peggiore effetto prodotto dagli ultimi decenni
di bassissimo respiro nella vita politica e culturale, non solo italiana.
L’e-book
è nei tuoi programmi? Credi in una sua affermazione, in tempi brevi, sul nostro
mercato oppure no?
Non
so se arriveremo mai a disporre di supporti tecnologici che rendano piacevole,
oltre che possibile ed economica, la lettura a video, e penso che in moltissimi
casi difficilmente essi potranno sostituire la versione cartacea dei libri. Ma
già oggi disponiamo, e utilizziamo largamente, soprattutto nella saggistica,
una forma intermedia di e-book costituita dai file pdf. Questi possono essere
facilmente scaricati in ogni computer, vi si possono fare ricerche all’interno
e, se consentito (a seconda delle protezioni a tutela dei diritti commerciali e
d’autore), possono essere copiati, tagliati, stampati, ecc.
Si
tratta di una forma importante e diffusa il cui uso è a mio parere destinato a
diffondersi ulteriormente. Su questo stiamo investendo anche noi e presto dal
nostro sito sarà possibile acquistare, oltre al libro stampato, anche la sua
versione digitale scaricabile: questo per tutti gli oltre 600 titoli del
catalogo.
Umberto
Eco, di recente, ha detto che gli editori, non solo italiani, mettono in Rete
titoli scaricabili di narrativa e trascurano la manualistica che meglio
s’attaglierebbe al mezzo elettronico. Trovi giusta questa critica?
Non
ho statistiche sotto mano, ma ho l’impressione che in rete sia disponibile una
quantità di testi di saggistica assai maggiore rispetto a quelli di narrativa.
E’ del resto evidente che manuali, saggi e tutti quei testi che consentono una
lettura discontinua, siano più facilmente fruibili in versioni –
stampabili o meno – digitali.
S’assiste
all’introduzione di molte parole, prevalentemente angloamericane, nel nostro
scrivere e parlare; tale cosa, come sappiamo, ha sostenitori e avversari.
Francamente
non vedo motivo di scandalo in quella pratica, ma quando leggo “customer
service” invece di “servizio clienti” o sento dire “step” invece di “passo”…
avverto qualcosa fra il ridicolo e il patetico. Vorrei sapere che cosa pensi su
questa faccenda… e come ti regoli in redazione, perché immagino che, specie
editando saggistica, questo quesito ti si pone…
Le
lingue sono strumenti in evoluzione permanente, pensarle come qualcosa di
statico e impermeabile è falso e sbagliato. La difficoltà consiste nel far sì che
questi cambiamenti portino con sé un arricchimento piuttosto che l’inaridimento
o la sparizione di forme, termini, costruzioni che rendono unico ogni idioma.
Mi disturba più l’adattamento-storpiatura delle parole che il loro
trasferimento: bypassare, approcciare, promozionare, sono brutte parole, non
vivono in nessuna lingua e a mio parere non meritano di esistere. Ma non
chiamerei mai calcolatore l’oggetto che uso per il mio lavoro ogni giorno, o
interruzione di corrente un black-out…
In
redazione cerchiamo di trovare l’equivalente efficace in italiano, se esiste.
Altrimenti manteniamo la lingua d’origine senza il timore di perdere supposte
purezze o difendere integrità inesistenti.
Voglio
ricordare un dato: Manzoni vendette duecentomila copie dei “Promessi sposi” in
13 anni, e si era ai primi dell’800!
A
proposito di best seller, Giuliano Vigini dice che in Italia i successi di
vendita nascono per caso. Mario Spagnol è del parere che il best seller oggi va
programmato.
Il
sociologo Mario Peresson afferma che “Gli autori italiani vogliono vendere
milioni di copie ma anche entrare nella storia della letteratura; le due cose,
assai spesso, non sono compatibili”.
Un
tuo parere sul libro di successo… è possibile prefabbricarlo?
Non
lo so. Non so se, né come, si possa prefabbricare un libro di successo. Davvero
non vorrei apparire una snob, ma questo non è il mio obiettivo. La Meltemi è
una casa editrice pensata e organizzata per produrre libri di qualità (anche se
non sempre ci riusciamo) che trovino nella loro vita un numero di lettori che
garantiscano almeno il pareggio dei conti e la possibilità di continuare a
investire in nuovi autori e idee che apprezziamo. E’ evidente che desidererei
molto che questi libri incontrassero anche un successo commerciale e lavoriamo
perché ciò avvenga, ma non scegliamo i libri sulla base del fatturato che
dovranno realizzare. Operare nella saggistica, come è il caso di Meltemi,
rende, per certi versi, più chiari gli obiettivi e meno aleatori i risultati.
So
del tuo appuntamento nello Spazio, ma hai ancora un po’ di tempo, aspetta e
dimmi: ci sono tanti appuntamenti fieristici del libro in Italia, ma servono
veramente a voi editori (a vendite immediate al banco?... ad acquisire pubblico
futuro?) oppure è una favola per mettere su degli ambaradam?
Una
favola… in buona parte. Penso che le fiere siano… fiere, con tutti gli annessi
e connessi ormai inevitabili di folla, spettacolarità, fatica. L’utilità di
essere presenti si limita sempre più alla sola dimostrazione di esserci.
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna
spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non
necessariamente elogiativa… come sai, Roddenberry ideò il suo progetto
avvalendosi non solo di scienziati ma anche di scrittori, e non soltanto di
fantascienza, tanto che ST risulta ricca di rimandi letterari sotterranei, e
talvolta non troppo sotterranei…che cosa rappresenta quel videomito nel tuo
immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Quando fu trasmessa la serie originale
in Italia ero già grandicella, ma essendo stata da ragazzina appassionata di
astronomia e fantascienza, ne seguii diverse puntate. Il mondo dell’Enterprise,
però, non mi ha mai pienamente affascinato: Kirk mi piaceva, ma la Federazione
mi faceva un po’ paura e sentivo un maschilismo e un razzismo nei ruoli dei
diversi personaggi che rispondeva poco alle mie ansie libertarie e ribelli.
Siamo quasi arrivati a Capèllya, pianeta di cellulosa
abitato da alieni monoteisti che adorano una sola dea chiamata LC e comunicano
fra loro solo attraverso pagine scritte con inchiostro simpatico… se devi
scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche
perché è finita la bottiglia di “Ribolla Gialla Anfora 2001” consigliata da Sabrina
Iasillo dell’Enoteca Uve e Forme” … Però torna a trovarmi, io qua sto… intesi eh?
Grazie e… mi sa che ci rivedremo presto. Appena arrivo a
Capellya mi metto a stampare proclami di ribellione: se proprio vogliono avere
qualcuno da adorare, quei simpatici ragazzi che ancora si divertono a scrivere
con pennini e succo di limone, cerchino altrove. Un buon 2007 senza tiranni né
dee sarebbe già un buon inizio, non trovi? Ciao ciao.
Vabbè, ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga
vita e prosperità!
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Testata: Liberazione
Data: 09/12/2006
Piccoli editori, in fiera senza big
Monia Cappuccini
Più libri più liberi. E si riparte di slancio. Per il quinto anno consecutivo si rinnova al Palazzo dei Congressi di Roma l’appuntamento con gli editori di piccola e media dimensione. Una fiera con tutti i crismi e non solo, a giudicare dal programma (fino a domenica) fitto e ricco di oltre duecento tra incontri, presentazioni, dibattiti, cui partecipano autori, studiosi e personaggi del mondo del libro. Con un fatturato complessivo che nel 2005 ha superato i 350 milioni di euro, i 400 espositori presenti si affacciano all’appuntamento con alle spalle un positivo trend di crescita annuale: oltre 110mila titoli in catalogo, più di 5mila gli addetti, in aumento di 1000 unità gli editori piccolissimi, con 10 titoli pubblicati in un anno -, su un totale di 7.500 attivi nel settore. La produzione delle piccole e medie case editrici (quasi il 90% sul totale) è cresciuta tra 2002 e 2004 del 4,7%, di contro, ed è qui la novità, ad una flessione produttiva da parte dei grandi editori pari al 6,3%. Con questi numeri, sebbene le zone d’ombra permangono – soprattutto nel campo della distribuzione, con la consueta penalizzazione del Sud dove solo il 5% dei comuni possiede una libreria, mentre almeno 112 comuni con più di 20mila abitanti ne sono totalmente privi – la mostra mercato di Roma si concretizza come momento di celebrazione per tutto il settore (e perché no, occasione ghiotta per fare un po’ di affari in clima prenatalizio).
Inaugurato giovedì scorso alla presenza di alcuni rappresentanti delle istituzioni locali (oltre a Giovanna Melandri che ha annunciato le due misure del suo ministero per il settore della nuova finanziaria: la fiscalità di vantaggio sui redditi dell’editoria, dei diritti d’autore e del registro di brevetti prodotti dagli under 35 e un credito d’imposta di 100mila euro per i giovani talenti), dal salone non ha mancato di sollevarsi un piccolo polverone. Se i libri fanno bene allo stato di salute di un paese, va da sé che gli eventi culturali danno lustro ai territori che li incentivano e ai promotori che li sostengono. Nel suo intervento l’assessore alla cultura della Regione Lazio Giulia Rodano è tornata sulla recente polemica che ha contrapposto la Fiera della piccola e media impresa di Roma con il Salone internazionale del libro di Torino. “Sono due manifestazioni diverse per numeri ed attitudini. Qui sono raccolti tutti quei piccoli e medi editori che non riescono ad arrivare alla vetrina torinese”. “Roma – ha poi proseguito – ha superato Milano nella classifica delle città dove si leggono più libri. Per questo pensiamo ad una legge regionale sull’editoria (comprensiva di una “città del libro” in una ancora imprecisata periferia capitolina, ndr)”. Verrebbe da pensare (malignamente): ci risiamo con l’indirizzo nazionale che sembra sempre più spingere le politiche culturali alla concorrenza locale? La festivalizzazione della cultura è da ritenersi ormai fatto acquisito e conclamato del nostro paese? Domande non da poco conto, a cui un singolo evento non riesce a dare sicuramente risposta, ma da cui è possibile intravedere alcune linee di tendenza. Almeno a sentire gli umori degli stessi operatori presenti alla fiera capitolina.
Per Stefano Del Prete della Instar Libri “a Roma si incontra un pubblico di forti lettori. A differenza di Torino, non essendoci il grande accentramento del personaggio di turno, circolano lettori più interessati e con i quali è più facile stabilire un dialogo”. Sulla presenza scomoda dei grandi editori insiste anche Marco Vicentini della Meridiano Zero “per la visibilità è meglio che i grandi editori non ci siano. Però non è vero che i piccoli editori sono contro i grandi, perché spesso sono questi ultimi a coprire ambiti culturali di nicchia che a loro volta aprono settori importanti per le piccole case editrici”. “Più liberi dai grandi editori sicuramente – è il commento di Benedetta Fallucchi della editrice romana Meltemi. In più il pubblico di Roma è trasversale e molto diversificato”.
Se con i suoi 145 titoli pubblicati al giorno l’Italia rimane alle spalle dei colossi europei qualiFrancia, Germania, Spagna e Inghilterra, il dato di crescita nazionale rispetto allo scorso anno è da ritenersi ad ogni modo incoraggiante, attestandosi su di un’offerta editoriale stimata persino a metro quadro (304 i titoli – esclusi i libri per ragazzi e scolastici – che dovremmo trovare in una libreria per singola unità di misura). Eppure l’accento continua ad essere posto sull’eccesso di produzione, sulle troppe novità, sui titoli che stanno sempre meno tempo sui banchi e gli scaffali delle librerie. Ciò che sembra latitare è in realtà una filiera distributiva non improntata unicamente allo stile supermarket quale unico sbocco commerciale del libro. Ed è alla elaborazione di criteri distributivi alternativi e sostenibili che le politiche culturali (locali e non) dovrebbero dedicarsi.
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Testata: Il Manifesto
Data: 17/11/2006
Gli editori indipendenti fanno centro
Benedetto Vecchi
Da oggi al Leoncavallo di Milano «Critical Book&Wine», il primo meeting degli editori e vignaioli indipendenti.
Domenica incontro sulla precarietà intellettuale per salvare il «mostro»
A leggere le statistiche sulla produzione editoriale, può accadere di pensare che l’Italia sia un paese dove si legge, e molto. Perché il nostro è un paese segnato dalla pubblicazione di libri per tutti i gusti e le inclinazioni culturali e politiche. Inoltre, è un settore dove la «razionalizzazione» della distribuzione ha «rivoluzionato» i punti vendita, cioè le librerie. Invece, l’Italia è un paese dove si legge poco. E non è solo questo il problema.
La pluralità di titoli, ad esempio, si accompagna a una sorta di omologazione dell’offerta culturale. Inoltre, la distribuzione funziona come quella dei supermercati, dove il just in time non è tanto una espressione esotica, quanto il «dispositivo» che accompagna la concentrazione editoriale che ha caratterizzato il nostro, come molti altri paesi. Ma sia l’omologazione dell’offerta quanto la concentrazione editoriale difficilmente riescono a soddisfare quell’impalpabile domanda di «qualità». Ed è proprio attorno a questa parola chiave che ruotano le attività degli editori indipendenti. I quali provano oggi a dare vita a un meeting che li veda tutti assieme a discutere sul loro lavoro, sulle possibili strategie di «coalizione» per salvaguardare la loro indipendenza. Il luogo prescelto è il Leoncavallo di Milano, esperienza simbolo di una realtà indipendente che produce anche cultura e socialità. Il nome scelto per il meeting è Critical Book&Wine.
Per tre giorni, dalle 10 del mattino a notte tarda, più di quaranta editori esporranno i loro prodotti, dando vita a presentazione e discussioni attorno a temi dirimenti dell’editoria indipendente. Accanto a loro, altrettanti vignaioli. Già, perché Critical Book&Wine nasce dall’esperienza di «Terra e libertà», l’iniziativa voluta da Luigi Veronelli per i produttori di vino «di qualità». (Il programma completo degli incontri è consultabile al sito criticalbook.org.
Dunque, indipendenza e qualità sono le parole d’ordine. Indipendenza non solo dalle grandi case editrici, ma anche rispetto a quella «logica mercantile» che attiene alla produzione di libri che esse rappresentano. Quindi non seguire le tendenze del mercato, ma la promozione di linee di ricerca e di autori che altrimenti non avrebbero possibilità di essere «pubblici». Argomenti così sentiti dagli «indipendenti» che sabato pomeriggio alle 18 è previsto un incontro per discutere «La carta degli indipendenti: problematiche e proposte per una nuova editoria di qualità» - con Marco Bascetta della manifesto-libri, Franco Berardi (Bifo)Daniele Farina e Salvatore Cannavò (Parlamentari prc); Luisa Capelli (direttore editoriale Meltemi); Maria Grazia Zulli (direttore commerciale Vivalibri); Benedetta Centovalli (direttrice editoriale Alet Edizioni).
Il testo della «Carta degli indipendenti» è stato preparato e discusso nei mesi scorsi, ma la sua discussione pubblica vuol essere il primo passo alla costituzione di una rete di editori indipendenti che, salvaguardata l’autonomia di ogni partecipante, possa funzionare come una «infrastruttura». Questo per quanto riguarda la distribuzione dei propri prodotti, ma anche di altri servizi di cui l’editoria indipendente ha bisogno. Un tema che comincia a essere discusso è anche il ruolo del diritto d’autore nella definizione del mercato editoriale. Già alcuni anni fa alla Fiera del libro di Francoforte fu notato che le aste oramai diffuse per l’acquisto dei diritti stavano favorendo la concentrazione editoriale. Allo stesso tempo, stanno prendendo piede licenze, come la Creative Commons, che consentono la circolazione di libri senza che venga meno il diritto dell’autore ai compensi per la sua «opera».
Una tre giorni, dunque, con programmi ambiziosi. E che può essere il punto di partenza per l’affermazione di un’editoria indipendente, l’unica garanzia per la libertà di produzione e di circolazione delle idee.
P.S.: Anche il «manifesto» sarà presente a Milano, presentando il numero per i trentacinque anni della sua storia (venerdi alle 16) e domenica alle 18 con un incontro sulla precarietà intellettuale, appuntamento all’interno della campagna di salvaguardia del mostro.
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Testata: Il Manifesto
Data: 24/09/2006
"La massa critica del libro"
Benedetto Vecchi
Editori e vignaioli indipendenti al centro
sociale Leoncavallo di Milano.
Presentato il Critical book & wine 2006.
Intervista a Luisa Capelli.
Conclusione amara quella degli “Stati generali dell'editoria”. Per due giorni a Roma gli editori italiani hanno discusso di una realtà fatta di pochi lettori, di concentrazione monopolista e di assenza di politiche di sostegno all'editoria. Per questi motivi, hanno chiamato esponenti politici e ministri per cercare assieme a loro una via d'uscita da una crisi che dura da troppi anni. Alla fine è emerso l'impegno di Francesco Rutelli di far diventare “il libro” uno dei punti qualificanti del ministero dei beni culturali, con campagne di promozione alla lettura e di interventi mirati per rilanciare l'industria editoriale italiana.
Un impegno generico, ma tuttavia valutato positivamente dall'”Associazione italiana degli editori”, che vi ha intravisto una inversione di rotta dell'operato dei governi passati che avevano fatto dell'assenza di interventi in questo settore il loro marchio di fabbrica.
Negli stessi giorni degli “Stati generali dell'editoria” è stata presenrata l'iniziativa Critical book & wine ovvero “il mercato degli editori e dei vignaloli indipendenti”che si terrà a Milano dal 17 al 19 novembre. Una tre giorni che parte sì da alcuni degli elementi “strutturali” dell'editoria italiana emersi anche a Roma, ma visti da un altro punto di vista che per gli organizzatori di Critical book & wine è riassumibile nel termine “indipendenza”, a partire dal luogo presceltoper l'iniziativa, il centro sociale Leoncavallo.
La realtà italiana è sicuramente comparabile a quella delle altre realtà europee e non solo. In primo luogo, la presenza di alcuni grandi gruppi che controllano il mercato. Poi, li consolidamento di una rete di distribuzione e di bookstore che privilegiano i grandi gruppi editoriali. Inoltre si assiste al consolidamento di un meccanismo produttivo che in anni passati è stato chiamato di “corsa al best seller”. Temi che un editore indipendente come André Schriffin ha ampiamente documentato e criticato in due volumi - Editoria senza editori e Il controllo della parola - pubblicati da Bollati Boringhieri, casa editrice indipendente e di qualità che ha aderito al Critical book & wine.
Schriffin non si è però limitato alla denuncia della tendenza alla concentrazione editoriale o della perversa corsa al best seller. Oggetto della sua riflessione è il rischio di una “omologazione” nelle scelte dei gruppi editoriali.
Ciò che differenzia invece l'Italia dal resto dell'Europa sono, ovviamente, il numero dei lettori (di gran lunga inferiori), la mancanza di politiche statali di tutela dell'industria editoriale e, infine, l'assenza di una rete di editori indipendenti che punti a valorizzare la propria produzione culturale. Insomma, il panorama in cui si colloca il Critical book & wine non è certo dei più incoraggianti, anche se è ormai radicata la presenza di un numero significativo di piccole case editrici indipendenti e di qualità che spesso operano in condizioni “precarie” ma che non si considerano proprio ai margini della produzione culturale, quanto al suo centro perché promotori di autori e temi “innovativi” rispetto allo status quo.
Per Luisa Capelli direttrice editoriale e amministratrice di Meltemi, la partecipazione a questa iniziativa è ovvia per una casa editrice che ha fatto dell'indipendenza e della qualità il suo marchio di fabbrica.
“Mi piace l'accoppiamento vino e libri. Entrambi sono prodotti che hanno bisogno di cura, di passione per risultare buoni prodotti. inoltre, mi interessa stabilire un rapporto con il Leoncavallo e gli altri centri sociali, luoghi che hanno spesso una grande capacità di innovazione negli stili di vita e nel consumo culturale. Noi editori indipendenti e di qualità dovremmo fare nostra la provocazione di Schriffin quando sostiene che siamo un'organizzazione senza fini di lucro. Una provocazione che va presa con leggerezza. Dobbiamo vendere libri e dunque guadagnare, ma siamo interessati a sviluppare una politica culturale incentrata sulla qualità”.
La qualità dunque come contraltare delle tendenze monopoliste? “Anche qui - continua Luisa Capelli - invito alla leggerezza. L'oligopolio è un dato di fatto. Gli stati generali dell'editoria rischiano di trasformarsi in una passerella dove ognuno fa sfoggio del suo peso sul mercato. Noi sul mercato ci stiamo, ma ora è il momento di tessere reti e relazioni per produrre, distribuire e vendere in maniera differente da quanto accade adesso”.
Il direttore editoriale di e/o Sandro Ferri considera il Critical book & wine un importante esperimento. “Siamo da due anni con un nostro marchio negli Stati Uniti. Anche lì c'è un mercato oligopolistico. Ma accanto a questo c'è una fiorente rete di librerie che privilegia gli editori indipendenti e di qualità. È forse il tempo, in Italia, di lavorare in quella direzione. La costituzione di reti distributive e di vendita indipendenti non è una proposta ideologica ma va incontro alla presenza di una domanda di libri di qualità significativa. Prendiamo gli Stati generali dell'editoria. Potevano essere una buona occasione per cominciare a parlare. E in parte è stato così, ma poi quando si va alla elaborazione delle proposte ciò che gli editori indipendenti sostengono si perde per strada. Prendiamo il tema del prezzo del libro regolamentato in maniera tale che non lievitino, come sta accadendo, i prezzi di copertina. Una proposta che veniva anche dai librai. Bene, dopo il ritorno di Mondadori nell'Associazione degli editori questa proposta è stata cancellata nel documento che volevamo presentare al governo. Loro hanno tutelato il loro marchio e la loro politica editoriale. Ma questo va a danno, ad esempio, dei piccoli editori”.
Una proposta questa del prezzo regolamentato che ha assonanza con quella del prezzo sorgente avanzata dagli organizzatori del Critical Book & Wine che hanno infatti dedicato un seminario al fine di stabilire una “Carta degli indipendenti: problematiche e proposte per una nuova editoria di qualità”. E nella tre giorni milanese di appuntamenti di discussione ne sono previsti molti. Per il momento va avanti l'organizzazione dell'iniziativa che ha il suo punto nevralgico nell'«Associazione culturale critical book (051.19980214; info@criticalbook.it).
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Testata: Exibart
Data: 01/06/2006
Meltemi.edu
Marco Enrico Giacomelli
Che l’editore romano sia fra i più interessanti della scena “accademica” lo abbiamo ribadito in varie occasioni. Perché riesce a pubblicare saggi corposi e approfonditi mettendo fra virgolette l’accademismo. Grazie a un certo stile di scrittura e ai temi affrontati…
La collana Meltemi.edu è la più seriosa dell’editore di via Merulana. Sin dalla copertina e dall’assenza di immagini, in contrappunto al rosa shocking della serie Melusine. Non per niente, nel primo caso il design grafico è firmato da Gianni Trozzi, nel secondo da John Trozzi.
Negli ultimi mesi è stato doppiato il capo dei 50 volumi, con un livello qualitativo e un incremento quantitativo notevoli. Si parte dal tomo curato da Maria Giuseppina Di Monte – in forza allo staff della Gnam romana – che, avvalendosi di contributi di studiosi quali Gottfried Boehm e Massimo Carboni, affronta l’annosa tematica del rapporto fra immagine e scrittura, chiamando in causa punti di vista assai diversi, dalla semiotica alla psicologia della percezione. Si naviga in acque simili con Maria Rosaria Dagostino grazie al suo Cito dunque creo. Forme e strategie della citazione visiva. Prendendo particolare spunto dall’ambito pubblicitario, l’autrice adotta un angolo visuale sociosemiotico per enucleare la specificità della citazione visiva di contro a quella scritturale. La tesi centrale sostiene in sintesi che tale peculiarità si espliciti in una maggiore elasticità della citazione visiva, che diviene prettamente citazione. Una proposta supportata da molti esempi, fra i quali l’immancabile Adbusters, ma che a tratti pare troppo propendere per il contrappasso, nel senso che la citazione testuale assume le sembianze di una Cenerentola ormai irrimediabilmente invecchiata.
Tutto al femminile Donne d’arte. Storie e generazioni, curato da Maria Antonietta Trasforini. L’importanza di un approccio di genere è sottolineata in apertura dalla stessa curatrice, mentre di seguito scorrono i saggi dedicati fra l’altro alle artiste del Futurismo italiano (Lia Giachero) e a quelle che operarono fra le due guerre (Elena Pontiggia). A questa prima parte di taglio storico fa eco una seconda più teorica, nella quale si trovano i saggi di Laura Tamurri, Emanuela De Cecco (con due contributi), Giorgina Bertolino e Annalisa Cattani. Particolarmente interessante l’analisi di Bertolino sul genere – in tutti i sensi – dell’intervista nella critica d’arte. A partire da “Autoritratto” di Carla Lonzi (testo preso in esame da Iamurri nello stesso volume), la critica del gruppo a.titolo indaga i meccanismi dell’autorappresentazione.
Infine, una segnalazione è doverosa per il volume forse più interessante stampato nel corso dell’anno scorso, Estetica culturale. Oltre il multiculturalismo di Giuseppe Patella. Il docente di estetica a Tor Vergata e caporedattore di “Agalma” – rivista della quale abbiamo parlato su questa pagina – parte dalla constatazione che “oggi tutto è cultura” e perciò la “decodifica” dei messaggi veicolati esige un “sapere critico vasto, articolato e soprattutto flessibile”. In quest’ottica, se l’estetica non vuole limitarsi al peggior accademismo, dovrà necessariamente confrontarsi con quelli che a partire dagli anni Sessanta vengono chiamati cultural studies.
Ma ciò senza cedere a connivenze di vario genere: per questa ragione l’autore esamina puntualmente il postmoderno e i limiti di un multiculturalismo che ha perso “l’iniziale carica dirompente”. A chiusura del volume, Patella segnala l’utilità del lavoro di quattro pensatori contemporanei: Pierre Bordieu, Terry Eagleton, Bruno Latour e Slavoj Zizek. Per un’estetica che si configuri come “una teoria dei beni simbolici, o una scienza degli artefatti culturali”.
Chiudiamo ricordando una novità, in stampa in questi giorni: Fatto in Italia a cura di Paola Colaiacomo che raccoglie anche un contributo dell’impareggiabile Maria Luisa Frisa. Per un’analisi dell’abito, fra sperimentazione e mercato.
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Testata: Liberazione
Data: 07/05/2005
Al Lingotto la sfida degli editori di confine
Tonino Bucci
Qual è il destino delle opere di narrativa o di saggistica di non facile consumo, una volta pubblicate da una piccola casa editrice? Il coro è unanime a sufficienza, la tiratura media si aggira intorno alle 1500 copie. E per parlare di un successo bastano tremila copie in sei mesi, assicura Luisa Capelli della Meltemi, ma si tratta di eccezioni. La realtà è quasi sempre al di sotto di questa cifra e «comunque la saggistica, soprattutto la filosofia, vende di meno». La piccola editoria vive sul lungo periodo, non come i grandi editori che puntano su libri di facile successo ma in grado di sopravvivere nelle librerie soltanto pochi mesi prima di scomparire definitivamente. «Agli inizi degli anni Novanta - continua Luisa Capelli - siamo stati i primi a creare in Italia una collana dedicata in maniera organica all'antropologia. E per primi abbiamo introdotto i "cultural studies", nati nell'area anglo-indiana e fino ad allora sconosciuti nel nostro paese. Oggi questi teorici sono presenti nel nostro catalogo. Vediamo con soddisfazione che uno dei principali esponenti degli studi postcoloniali, Homi Bhabha, sia ospite di questa edizione della Fiera. Ma abbiamo dovuto attendere ben quattro anni dalla pubblicazione della sua opera, I luoghi della cultura, prima che ci fosse un riconoscimento. Senza contare che, dal punto di vista economico, non c'è ancora stato un ritorno degli investimenti».
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Testata: Avvenire
Data: 05/05/2005
La Fiera rimescola le carte
Alessandro Zaccuri
Al via oggi la kermesse, che punta sulla varietà linguistica. La sorpresa? Su questo terreno i piccoli editori tengono testa ai grandi
Adelphi se la cava per il rotto della cuffia con una presenza. Due punti vanno rispettivamente a Mondadori, Rizzoli e Fabbri, tre a Bompiani e Feltrinelli. Poi - a salire - Einaudi, con la bellezza di cinque autori inclusi tra gli appuntamenti di «Lingua madre». Patrocinata dalla Regione Piemonte, la manifestazione rappresenta una delle maggiori novità della Fiera internazionale del libro che si inaugura oggi a Torino: quasi una «fiera nella fiera» ideata sulla falsariga di «Terra madre», la fortunata rassegna dell'agricoltura sostenibile ospitata dai padiglioni del Lingotto lo scorso autunno. Da un certo punto di vista, infatti, tocca proprio a «Lingua madre» il compito di rimpiazzare il grande assente dell'edizione 2005, il Paese ospite d'onore (l'anno scorso fu la Grecia, l'anno prossimo sarà il Portogallo, che però già in questi giorni manda in avanscoperta a Torino un drappello dei suoi autori più significativi). Al posto di un'unica letteratura nazionale, dunque, largo all'universo in rapida espansione delle «lingue d'arrivo», quelle cioè adoperate da scrittori postcoloniali o che, originari di un Paese diverso rispetto a quello in cui vivono e lavorano, ne adottano di conseguenza l'idioma. Per Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Germania non è una novità. Per l'Italia - che ancora fatica a concepirsi come terra d'immigrazione - invece sì. E questo spiega come mai nel programma di «Lingua madre» il primato dei colossi dell'editoria finisca per essere messo in discussioni da sigle in apparenza minori, che tuttavia negli ultimi anni hanno investito con particolare accortezza su questo tipo di ibridazione linguistica. La romana e/o, per esempio, che totalizza un terno secco con Yadè Kara (Turchia), Selim Nassib (Libano) e Zakes Mda (Sudafrica). Oppure Meltemi, altro editore della capitale che, oltre a rappresentare una delle matricole eccellenti della Fiera 2005, può vantarsi di portare a Torino l'indiano Homi Bhabha, voce di spicco della critica - non soltant o letteraria - di matrice interculturale.
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Testata: Il Manifesto
Data: 04/05/2005
Un'ala materna su lingue diverse
Maria Teresa Carbone
Ha un titolo dichiaratamente provocatorio, Il métissage come alibi culturale?, il dossier dell’ultimo numero della rivista francofona «Africultures», che nell'editoriale chiarisce il senso di un
atteggiamento critico tutt’altro che incline ad arroccarsi su un'idea identitaria da difendere a ogni costo, ma al tempo stesso ben deciso a evitare ogni facile compiacimento: «Concetto passe-partout per giornalisti frettolosi, troppo sfruttato e modaiolo per essere onesto, il métissage ha un
terribile potere di legittimazione e tende a cancellare quasi di nascosto, al di là di qoello che effettivamente condividiamo, lo scarto inalienabile che ci separa dall'altro e che è la chiave della sua dignità».
Con queste parole in mente, forse, sarebbe opportuno affrontare la lettura del programma di “lingua madre”, iniziativa centrale alla Fiera del Libro di Torino, clic si apre domani al Lingotto e che propone al pubblico, nell'arco dei cinque giorni della manifestazione, un elenco foltissimo di incontri con scrittori e saggisti giunti nel capoluogo piemontese dai cinque continenti “per approfondire — spiega il testo di presentazione — il rapporto tra identità, radici e il mondo
'altro'”. Così, riprendendo anche nel titolo le linee suggerite nello scorso ottobre da “Terra Madre”, manifestazione di grande successo che ancora a Torino aveva accolto migliaia di produttori e
operatori del settore agroalimentare mondiale riuniti per discutere insieme su una modalità nuova di intendere la qualità del cibo, «Lingua Madre» si pone l'obiettivo di offrire al suo pubblico una serie di “esempi significativi” delle interazioni culturali che stanno ridisegnando la mappa letteraria del nuovo millennio. Ma proprio il numero degli autori invitati circa cinquanta e più ancora, la loro eterogeneità, rischiano di rendere impervio il compito di un visitatore che intenda, sulla base del
palinsesto offerto dalla Fiera, individuare i contorni di questa mappa in costante evoluzione e, al suo interno, elaborare un percorso coerente. Al di là dell'etichetta che li accomuna, e che, ribaltando il concetto di madre lingua, lascia intuire un confronto fra lingue native e lingue di successiva acquisizione, risulta difficile trovare un nesso (che non sia proprio quello di una forma di ibridazione passe-partout o, peggio ancora, di un esotismo generico e démodé) fra la ricerca poetica del siriano Adonis, in un costante equilibrio di classicismo arabo e di tradizione occidentale, e i testi narrativi della camerunese Calixthe Beyala, storie molto contemporanee di giovani donne alle prese con i traumi dell'immigrazione, o fra «l'Argentina degli italiani» raccontata da Laura Pariani e l'idea di “creolità” elaborata da Patrick Chamoìseau.
Sarà meglio, dunque, tralasciando
l'esile filo conduttore della rassegna, districarsi fra le variegate proposte del cartellone torinese rintracciando tematiche e consonanze trasversali, utili forse per approfondire proprio una riflessione sul potere della lingua come fattore di identità e di cultura. Da questo punto di vista, non si potrebbe immaginare avvio migliore della lectio magistralis (giovedì alle 18.30) di Claude Hagège, docente di linguistica al Collège de France e autore di saggi come L’uomo di parole(Einaudi) e Morte e rinascita delle lingue (edito di recente da Feltrinelli), in cui lo studioso, pur riconoscendo l'importanza del fatto che sempre più persone possano comunicare tra loro grazie all'inglese, lingua dominante in campo economico e politico, sostiene come questo dato non debba escludere la preservazione delle lingue minoritarie: un tema che verrà ripreso nell'intervento di Hagège, intitolato appunto «La diversità linguistica come patrimonio dell'umanità». E ancora la diversità sarà al centro dell'incontro (sabato alle 13.30) con Homi Bhabha, uno dei massimi teorici degli studi postcoloniali, che nei suoi saggi (I luoghi della
cultura e Nazione e narrazione, editi entrambi da Meltemi) prova a ridefinire l'evoluzione della modernità occidentale, indagando la crisi delle ideologie sotto la spintadelle culture subalterne.
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Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 01/02/2004
Il Meltemi sente l’aria che tira
Stefano Salis
Tra i libri più importanti per gli studi di letteratura di questi ultimi tempi non si può trascurare un tomone (sono circa 600 pagine) apparso qualche anno fa anche in Italia: Nazione e narrazione di Homi Bhabha. Si potrà essere d’accordo o meno, eppure il postcoloniale occupa una posizione centrale nella riflessione sul cosa significhi oggi scrivere per molti autori. «Quando diventiamo un popolo? Quando smettiamo di esserlo»? Intorno a questi interrogativi si muove non solo Bhabha ma anche un altro emozionante e singolare volume apparso da non molto: Tradurre la tradizione di Franciscu Sedda. Parla del ballo in Sardegna, ma non è rivolto solo a questa terra, come è facile capire. Cerca di descrivere i meccanismi di identificazione di un popolo: ci riesce.
Ambedue sono pubblicati da Meltemi. È una delle case editrici più dinamiche e interessanti, tra quelle che producono saggi, in Italia. Fondata nel 1994 da Luisa Capelli e Marco Della Lena (che è scomparso troppo prematuramente, lo scorso dicembre), questa sigla ha avuto il merito di esplorare i confini dell’Occidente e di “espanderli”. Come dovrebbe fare un vento, del resto: il Meltemi, infatti, non è altro che un aliseo del Mediterraneo. In un catalogo che ormai allinea più di 300 titoli (e con una produzione sulle 70 novità all’anno) la linea editoriale è ben identificabile: antropologia, sociologia, critica con autori di importanza decisiva per capire le tendenze culturali: da Zizek a Morin, da Augé a Appadurai. Non sono libri facili, quelli di Meltemi, né «la casa editrice è consolatoria. Ma se c’è un tempo – dicono dalla Meltemi – in cui semplificazioni e consolazioni servono a poco è questo».
Ma i libri della Meltemi hanno un’altra caratteristica fondamentale, che ci sembra molto più seria. Ci fanno fare – piaccia o no – i conti con gli altri, quindi con noi stessi. E il vento che scompiglia capelli e certezze è sempre benvenuto quando si tratta di navigare nel mare della conoscenza.
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Testata: Liberazione
Data: 01/02/2004
Un caso italiano
Tonino Bucci
Parla Luisa Capelli responsabile della casa editrice Meltemi
Spesso è possibile ricostruire le fortune o le disavventure di un intellettuale attraverso le vicende - e i tempi - della pubblicazione delle sue opere. Non fa eccezione il caso di Edgard Morin, sociologo di formazione filosofica, ma incline a scavalcare i confini accademici tra le discipline -frequentato a fasi alterne dalla cultura italiana. I primi interessi per la sua opera "si sono registrati in Italia negli anni Sessanta, su iniziativa di Feltrinelli, poi seguita da altri editori", racconta Luisa Capelli, direttore editoriale della casa editrice Meltemi, che conta nel proprio catalogo diverse opere del filosofo francese.
A che punto è la pubblicazione di Morin in Italia?
E' stato pubblicato quasi tutto. Ora Cortina sta portando a termine la pubblicazione del Metodo, l'opera che ha accompagnato costantemente la vita e lo studio di Morin. Ma è vero che c'è stato un periodo nel quale Morin aveva perso di peso e non era più al centro di attenzione.
Tornando alle fortune editoriali di Morin in Italia, c'è stato un ritorno d'interesse negli ultimi anni?
Sì, tuttavia quando noi pubblicammo nel '99 I miei demoni la stampa fu quasi del tutto assente, nonostante si trattasse di un libro meraviglioso, di un percorso non solo scientifico, ma ricco anche dal punto di vista autobiografico e umano. Scopriamo una vita interessantissima, passata in mezzo agli eventi fondamentali del Novecento, tra i quali emerge l'esperienza formativa della guerra. Tuttavia, quando il libro uscì nel '99 la stampa non ci fece caso. Soltanto nel 2000, in occasione di due viaggi di Morin a Roma, ci fu la reazione che ci aspettavamo.
Quali sono i momenti successivi a I miei demoni nella ricerca di Morin?
A mio parere, il passaggio fondamentale è avvenuto con la definizione di "scienziato sociale" che lo stesso Morin ha dato del proprio lavoro. Da questo momento prevale il progetto di un pensiero che sappia render conto della complessità del mondo, senza cadere in facili semplificazioni intellettuali. Per comprendere qualsiasi fenomeno - umano, naturale o sociale che sia - è necessario intrecciare tra loro discipline diverse. Non si può prescindere da una conoscenza capace di spaziare dalla genetica alla biologia, dalla geologia alla sociologia. Se le barriere disciplinari non vengono abbattute la conocenza del mondo sarà sempre preda di unilateralismi.
In Morin la critica agli specialismi che si rinchiudono nei propri limiti confondendo la verità con l'esattezza, è molto forte. E' così?
L'anno scorso abbiamo ripubblicato la sua prima opera, L'uomo e la morte, alla quale si sono poi ispirati storici e filosofi. Qui si vede in particolare quest'apertura alle scienze più diverse e apparentemente lontane. Oltre a I miei demoni e L'uomo e la morte - pubblicati nella collana "Biblioteca" - sono usciti nel nostro catalogo una riflessione sul conflitto nei Balcani, I Fratricidi, Lo spirito del tempo e, infine, Introduzione a una politica dell'uomo in cui Morin si avvicina a uno dei temi che lo hanno impegnato in questi ultimi anni, l'educazione. Resta fondamentale per un progetto pedagogico rivolto alle giovani generazioni, la trasmissione di un pensiero della complessità, non parcellizzato.
C'è qualche nuova pubblicazione in vista?
Stiamo discutendo con Morin del progetto di tradurre un diario da lui tenuto durante l'intera vita. Si tratta perlopiù di annotazioni e frammenti teorici, non di esperienze biografiche. Attualmente sta lavorando per riordinare questi appunti.
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