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| In the mood for show di Teresa Macrì
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Art Key - Teknemedia
Data: 01/04/2009
Teresa Macrì - In the mood for show
Laura Atie, Vincenzo Santarcangelo
Oggetto di questo saggio è il fenomeno di spettacolarizzazione diffusa; non il cinema, non l’arte, non la musica né la letteratura, ma le loro contaminazioni vicendevoli, quelle forse più superficiali - legami chimici secondari, intermolecolari - e la loro deriva nella permeabile cultura di massa, squisitamente pop. Un’analisi liquida che si propone come mappa semiotica, transmediale e inter-disciplinare sulla società contemporanea, che muove fin dal titolo dalla pellicola di Kar-Wai e dalla riserva visuale-paradigmatica che è la Marie Antoinette di Sofia Coppola, sfiora e attraversa pindaricamente Korine, Malick e Gondry, Hirst, Cattelan, Gordon e Cunningham, ma anche la clip-culture di MTV, Cobain e Aphex Twin. Desiderando mantenersi a distanza dall’elitarismo culturale, l’autrice rischia, a tratti, di far convergere tutto su uno stesso piano, pena l’appiattimento di una più profonda, possibile prospettiva critica.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Bresciaoggi
Data: 01/04/2009
In the mood for show: l’indagine di Macrì
Redazione
Nell’ambito delle iniziative promosse da “I mercoledì di Santa Giulia - Art & the City, sguardi sul contemporaneo”, oggi alle 17.45 Enrico De Pascale presenta “In the mood for show”, il nuovo libro di Teresa Macrì edito da Meltemi; sarà presente l’autrice.
Il libro affronta, in modo inedito, il legame tra arte e pop culture attraverso l’analisi di artisti e registi tra i più significativi degli ultimi anni. Riplasmata nel reality show, abusata nei pulp movie, spettacolarizzata nelle mostre, rinegoziata nella rete, l’immagine diasporica postmoderna non fa che seguire l’erraticità dell’esistente. Passando dal paradigmatico film “Marie Antoinette” di Sofia Coppola alla sensazionale opera “The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living” di Damien Hirst, dalla polemica installazione “La Nona Ora” di Maurizio Cattelan alla satirica sit-com “South Park”, dal situazionismo di “The World Won’t Listen” di Phil Collins al grunge di Kurt Cobain, il volume si configura come una sorta di indagine transmediale, una collisione di arte, musica, cinema, clip, reality, video, favola, sport, animazione, disegno, video sharing, social broadcast comunicazione, tecnologia, esperienze underground ed entertainment.
Il collante che lega tutto questo è lo show, che rende l’opera provocatoria e impura e la smarca dal contesto élitario in cui, nel passato, era sigillata.
Teresa Macrì è critica d’arte e si occupa di visual studies. Ha pubblicato “Il corpo postorganico” (1996), “Cinemacchine del desiderio” (1998), “Postculture” (2002). Insegna Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. Collabora con Il Manifesto e con numerosi magazine internazionali.
“I mercoledì in Santa Giulia” sono curati da Enrico De Pascale, con il sostegno del Comune di Brescia, Musei Civici, Associazione Amici dei Musei e Fondazione Brescia Musei; l’ingresso è riservato agli iscritti (studenti e giovani fino a 25 anni: ingresso libero).
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: DWpress
Data: 07/03/2009
Distonie del postcontemporaneo, tra realtà e fiction rappresentativa
Paolo Mastroianni
Le potenzialità dell’esercizio visuale hanno ormai acquisito un ruolo dominante nell’habitat culturale del nostro tempo, tesaurizzando il complesso di quei fenomeni che intersecano trasversalmente e in maniera sovente frammentata le diverse configurazioni narrative della rappresentazione estetica, fino a investire i moventi dell’invenzione cinematografica quanto la performance artistica o la produzione di oggetti glamour, per coinvolgere ulteriormente la spettacolarità televisiva o le sequenze ritmiche del videoclip musicale in un circuito spiazzante di effetti reversibilmente incuneati tra realtà e finzione.
Appassionata studiosa delle multiformi espressioni riconducibili al postmoderno, Teresa Macrì esplora nel suo ultimo testo In the mood for show (Meltemi, € 20,00) alcuni casi esemplari di fruizione visiva offerti all’esperienza della contemporaneità, insinuandosi fra pieghe insospettate della contaminazione mediale.
Nella carica trasgressiva o intenzionalmente provocatoria presente nei lavori dei protagonisti considerati dall’autrice traspaiono le distonie delle loro invenzioni creative, cosicché gli effetti spiazzanti indotti dalle icone di Maurizio Cattelan si trovano appaiati agli scioccanti allestimenti di Damien Hirst o al repertorio delle tecniche filmiche utilizzate da Douglas Gordon per depistare gli orientamenti percettivi degli spettatori. Mentre i karaoke organizzati dagli attori improvvisati di Phil Collins si avvalgono del medium musicale per offrire testimonianze documentarie di valore attuale, la colonna sonora adottata dalla regista Sofia Coppola sembra costruire una biografia particolare della regina francese Maria Antonietta nella sua recente trasposizione cinematografica. Laddove infine, le creature aliene esibite da Chris Cunningham grazie alla manipolazione digitale convivono con l’aspetto decisamente freak degli emarginati fissati da Harmony Korine nelle sue pellicole anticonvenzionali.
L’esamina di Macrì si muove con evidente dimestichezza fra le pareti mobili della transmedialità, scivolando nei diversi comparti della rappresentazione visuale per intercettarne traiettorie eccentriche, frammenti screziati e peculiarità perturbanti. Fino a identificare un campionario di esperienze che risultano spesso in rotta di collisione coi canoni rassicuranti o apparentemente irregolari delle culture pop costruite dal mainstream dominante. Ed è proprio la loro distanza dalle aspettative normative a profilarne sorprendenti quanto inusitate strategie del divenire estetico.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Kult
Data: 02/03/2009
In the mood for show
Elsa Bonfiglio
Una collisione di arte, musica, cinema, filosofia, neurologia... Intrecci estetici e suggestioni sinestetiche che ibridano i generi in uno show sempre in onda. In una godibilissima analisi transmediale dal sapore pop i frammenti dell’universo visivo sono ricatturati tra le pagine dell’ultimo libro dell’eclettica pensatrice contemporanea Teresa Macrì.
Uno show che procede fagocitando tutto. La realtà è una selva di intrecci sinestetici. La contemporaneità è "un rizoma espanso"?
Aby Warburg attraverso Mnemosyne ha contaminato le immagini legandole tra loro e rendendole insofferenti alle convenzioni del tempo e dello sguardo. Nel 1929, per primo, ha fatto collassare la piramide delle discipline, anticipando quella che è l’attitudine dei visual study. Oggi lo show è la macchina che le centrifuga e, allo stesso tempo, agisce intrattenendo, anestetizzando e controllando. Ha lo stesso potere del diazepam.
Dal tuo ultimo libro emerge che la realtà è imperniata di elettroshock e continui cortocircuiti estetici e neurologici. Credi che il "trauma" sia l’unico feedback possibile per una società abituata a vivere come in uno show: sempre in onda?
Sembra un libro di neuroscienze, forse perché sono le letture che preferisco, e ciò traspare. M’interessava cogliere l’effetto destabilizzante tra oggetto artistico e fruizione, e dunque il "trauma" che tutto questo produce. I1 trauma estetico è una dinamica di socializzazione e psichizzazione collettiva. Se prima la contemplazione di una qualsiasi opera relegava il fruitore in un limbo passivo, ora lo shock sensitivo riattiva i suoi terminali nervosi. A mio parere, l’opera d’arte non è pacificazione dei sensi, caso mai è esplosione del rimosso. Possibilmente con un substrato di ironia. Pulp Fiction docet. E un fondamentale salto, no?
Nella tua indagine transmediale, alla fine ogni cosa è l’evoluzione di qualcosa o il suo ristagnare.
Credi che nella percezione comune questa struttura composita venga ormai assorbita inconsciamente?
Francamente non saprei proprio analizzare l’attività sinaptica dell’uomo comune o uomomassa
che dir si voglia e soprattutto non mi interessa tutto ciò che rappresenta la mediocrità.
Ognuno si suicida come può: lobotomizzandosi davanti alla trash TV conformandosi a norme e tabù o smaterializzandosi nella blogosfera. Sta di fatto che il livello culturale si sta inabissando e con esso passione, intensità e désordre sociale. Gilles Deleuze, The Big Brothers, Phil Collins, Sophie Kinsella, o Amartya Sen? Con la mia pop analysis posso misurare il mondo della conoscenza globalmente: dai nouveaux philosophes agli idoli fast-fading in quell’unicum che è la realtà. E questo mi sollecita incredibilmente.
Dal corpo post-organico al neuro-corpo. Dalla performance al neuro-show. Il corpo non è più percepito solo come carne ma anche come una fitta rete di terminazioni nervose. Ma quanto c’è di diverso tra le esperienze performative del passato e quelle di oggi?
I bodisti degli anni Sessanta associavano la corporeità a una sorta di danger zone, socialmente
simbolica e politicamente anarchica. Una pratica ribelle, ma minoritaria. La tecnologia ha potenziato la corporeità rendendola infinitamente artificiosa e desiderante. II performing act attuale è assoggettato al global sharing e viene da chiedersi come il territorio dell’arte (ancestralmente elitario) possa negoziare con l’immaginario collettivo e contrattare con la tecno-comunicazione. Per ora è appannato dalla stratosfera dello show e soggiogato dalla spettacolarità dirty--glam di Britney Spears odi Kate Moss, celebrities altamente mediatiche e parzialmente tossiche, ma non è finita qui...
Dall’estetica del fastidio a un’estetica in qualche modo romantica. Due facce opposte di una certa decadenza. Qual è l’estetica postmoderna?
Sì, hai ragione, viviamo in un era di total decadence: per come lo percepisco io è un crossing di eccesso esteticizzato, di opulenza formale e di iper-esibizionismo del vuoto in cui si inseriscono
delle intelligenze collettive disincarnate al sistema, perciò salutarmente anomale. Dove va l`estetica? Dal dark-fashionisme di Marie Antoinette alla sovversione della white trash di
Gummo di Harmony Korine c’è una sottile linea rossa che la modula e la rende impura.
Dall’estetica fastidiosa post-umana ci stiamo impantanando nel fastidio di un’estetica narcisistica
e omologante. Ma anche qui non è finita.
Rockocò, Shocking. Provocative. Physic, Political, Neurotoxic. Dirty: Sono i titoli dei
sette capitoli del tuo libro.
I numeri dispari sono strabici e irrisolti e per questo li preferisco: i capitoli potevano diventare
11 o 199. Ogni art-maker ha delle caratteristiche assolute e l’arte è la Babylon che le
intesse tutte. Indifferenziatamente Hirst, Gordon, Slipstream, Cattelan, Deller, Korine,
Tarantino, Glenn Ligon, Mark- Morrisroe, New Weird, Cat Power,Thirty Seconds to Mars...
Diceva Arthur Koestler: "La creatività è l’arte di sommare due e due ottenendo cinque".
Quanto hanno inciso le alterazioni mediatiche sull’evoluzione dell’arte contemporanea?
Geniale Koestler. Alterazione è una parola chiave per me. Continuo a praticare l’arte perché
essa, spesso, riesce ad alterare, scompaginare, modificare, doppiare la mia percezione
come fosse LSD. Che senso avrebbe un’opera che non ti cattura nel suo mondo iperuranico
facendoti scavalcare i legami con la realtà? L’arte non è reportage. E come un libro di David Foster Wallace: lo apri e parti nell’iperspazio delle sue disconnessioni e, se sei fortunata, non tornerai mai più al punto di partenza.
Damien Hirst è secondo te il prototipo dell'"artista post-moderno"?
The Plysical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst è un punto di
non ritorno. Quel rito di passaggio epocale per cui "niente sarà più come prima". Concettualmente è simile a ciò che Steve Jobs ha realizzato inventando un PC con una tastiera di caratteri alfanumerici. Non ho grandi certezze tranne quella di carpire quanto il significato dell’oggetto artistico sia diventato nomadico e ansiolitico e quanto l’idea di bellezza sia divenuta diasporica. Se non ciondoliamo annoiati in musei naftalinici è grazie alla devianza di senso e all’effetto domino che il loro lavoro sta producendo.
Credi che in arte abbiano senso le "cover"? Se le immagini sono fatte per essere consumate in
questa che è una società del consumo, ha senso rimasticare il passato?
Le immagini sono destinate ad essere deglutite velocemente ma l’artista ha la capacità di renderle indigeste, dannose e possibilmente radioattive.
Il re-nactment l’esigenza di guardarsi indietro guardare al proprio passato artistico o a quello
collettivo, indica un vuoto di creatività?
Il re-nactment, dici... in un tempo ortogonale come quello ballardiano, passato e presente si
scambiano. Così potrebbe essere per esempio, per Jeremy Deller che insieme a Mike Figgis, ha rianimato gli scontri tra polizia e minatori durante il bieco governo Thatcher degli anni
ottanta. The Battle of Orgreave è una pagina oscura per i più, ma si integra negli inebrianti Eighties britannici, in cui avvicendano i movimenti controculturali, Radio Clash, Derek Jarman, The Smiths... E ancora: il re-nactment di Psycho di Gus Van Sant e di Film Feature di Douglas Gordon è una riattribuzione di significato. Sono oggetti ammalianti che hanno una vita parallela al cult originale di Alfred Hitchcock. Non un’assenza di idee ma una deterritorializzazione, direi.
Qual è la funzione del mercato dell’arte oggi?
Subliminale: illudere ciascuno di possedere un rivolo di sublime. Secondo la filosofia capitalista
la propria identità è manifestata dai beni che si posseggono e dunque ognuno si identifica col proprio feticcio: Jeff Koons o Cyprien Gallard o semplicemente Mariolo Blahnik o l`iPhone.
L’estasi da Polaroid di Baudrillard si è trasformata nella cannibalizzazione dell’estasi estatica
di Lipovetsky? Siamo inevitabilmente i figli "cannibali" dell’esteticizzazione globale iniziata
da Warhol?
O forse siamo ancora masochisticamente vittime coscienti dell’esteticizzazione warholiana? Però la
vecchia e sgranata Polaroid che nostalgia…
Teresa Macrì è critica d’arte e si occupa di visual studies. Vive a Roma. L’ultimo libro dal titolo In the mood for Show è pubblicato da Meltemi Editore, Roma.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Rolling Stone
Data: 06/02/2009
In the Mood for Show
Tim Small
Post-noise-rock e reality show trash. Favole sportive, metalinguaggi sincretici e videosharing. Installazioni plurisensoriali sovversive e videoclip ketaminici. Soggettività post-umane e flussi ininterrotti di connessioni tra media diversi. Post-modernità fragili si svelano in rappresentazioni del reale più reali delle realtà realizzate. Un compulsivo destabilizzare dell’essere per sopravvivere alla compulsione tossica di se stessi, in un mediascape dove ogni abitante è informatizzato, schiavo del suo corpo e liberato da esso, psicotropico.
Che sia necessario entusiasmarci vuotamente, come se fatti di cocaina, alle sostituzioni preordinate che ci vengono imposte, agli ingorghi di idolatrie, alle mitizzazioni fallaci, all’idea che tutto è un rizoma collettivo? Le immagini sono ripetitive dosi di speed, ridondante lava materica che si rovescia dallo screenscape, la cultura dello spettacolo una dose di crack dannoso e potenzialmente fatale dalla durata infinita, che spinge il corpo e conseguentemente l’io verso spazi (sub)ordinati da sistemi totalitari e autocratici, come sotto effetto di morfina. Lunga vita alla nuova carne. Eroina.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Il Manifesto
Data: 07/01/2009
Protagonisti e intrecci estetici secondo Macrì
Arianna Di Genova
Neuroshow degenerativo d’arte contemporanea
Uno show che procede fagocitando tutto, mettendo in campo ardite connessioni e assecondando un processo degenerativo dell’immagine che sta andando in onda ormai fin dai primi anni del decennio scorso. E questa l’affascinante lettura postmoderna che Teresa Macrì ci consegna con il suo libro che parafrasa nel titolo la pellicola cult di Wong Kar-Wai. Capitolo dopo capitolo ci si inoltra nella selva degli intrecci estetici. La società dello spettacolo ha subito una metamorfosi fatale che richiede elettroshock e cortocircuiti continui.
La partenza è spiazzante: Marie Antoinette, il film di Sofia Coppola, biopic avida di umori colti in ogni campo espressivo, finisce in bilico fra un Fragonard settecentesco, palpitante di erotismo nascosto, e un’assai più “sfacciata” Vivienne Westwood, la stilista inglese che ha resuscitato crinoline e bustier inserendoli in corpi iper-moderni (non ultima, la pop star Madonna).
Macrì insegue una strada critica scoscesa, piena di dirupi inaspettati, che si accosta al trauma come unico feedback possibile con lo spettatore. L’artificio, il feticismo, la riattivazione progressiva dei cinque sensi contro l’anestetico quotidiano dei cliché occidentali, finiscono così per essere gli strumenti deflagranti dell’arte contemporanea, quella che sciocca ed emoziona. È il nuovo realismo, crudele, spesso oggetto di una rimozione collettiva, una “bomba” simbolica che punta sui nervi e si avvicina a chi contempla l’arte, spodestandolo della sua serenità.
L’icona di questo modo di procedere è senz’altro un artista come Damien Hirst (Bristol, 1965) incline a un continuo “neuro-show” che possa comunicare dimensioni filosofiche, quali la vita e la morte, la corruttibilità del tempo e l’immanenza delle cose. Dalle carcasse di animali conservate in formaldeide alle pillole in vetrina delle sue Farmacie da museo (dal Ritalin al Viagra fino al Prozac, pasticche che hanno segnato un’epoca) Hirst rivisita - in eccesso - disagio, paure, ipocrisie e rabbie di una generazione. E mentre agli altri propina una catartica terapia collettiva, riesce a dominare i mass media, diventa miliardario e vende all’asta tutte le sue opere, saltando il sistema-trappola del mercato. Presa in giro finale, il suo teschio tempestato di diamanti (più di ottomila), presentato alla White Cube di Londra nel 2007 al modico prezzo di 75 milioni
di sterline!
Le sirene di uno show liquido e senza interruzioni, planetario e in perenne diretta, nel XXI secolo ha conquistato anche la Chiesa con l’enfatizzazione dell’immagine di Giovanni Paolo II. A capirlo precocemente è stato un altro artista, Maurizio Cattelan, che con la sua Nona Ora del 1999 – scultura a dimensioni naturali del papa atterrato da un meteorite in un mare di sangue –spettacolarizzò in un’icona pop la cristianità e le sue alterazioni mediatiche.
Lavorando sempre sul mito e sulle sue perversioni, Cattelan non disdegnò poi di installare la scritta del “dream” Hollywood su una collina di una discarica palermitana. Vero frontman, quasi uno spot vivente, questo artista padovano attacca con le sue opere gli spettatori non avveduti e, ad ogni sua apparizione, crea baraonde pubbliche.
In un punto indefinito di convergenza fra rock, cinema, letteratura e psichiatria si muove anche Douglas Gordon (Glasgow, 1966) che passa con disinvoltura da Kurt Cobain a Hitchcock, proiettando il suo Psycho dilatato in 24 ore, visione impossibile e allucinata di una schizofrenia che diviene paradigma di una intera società.
L’indagine transmediale di Teresa Macrì si inoltra poi in una foresta di ritmi disparati, attratta dal grunge di Kurt Cobain e dalle strategie di Phil Collins (Runcan, 1970, niente a che vedere con l’omonimo leader dei Genesis) che si trasforma con la sua musica e arte in un barometro del “global sharing”, fino a raggiungere i lidi della clip culture, fenomeno di un’era iperdigitalizzata e nobilitato da nomi quali Spike Jonze, Chris Cunningham, Michel Gondry.
A smarginare dai confini, tallonando e sfiancando il sistema della produzione troviamo infine un regista come Harmony Korine che propose al pubblico mondiale, nel 1997, il suo Gummo. L’autrice lo definisce “un saggio di sociologia contemporanea” con il suo mondo popolato di “losers” e borderlines.
“Non sopporto gli intrecci perché mi pare che la vita non ne abbia. Un inizio, una parte intermedia e una fine non esistono. Mi dà fastidio quando le cose sono ordinate così perfettamente”, dice Korine, chiudendo il cerchio del neuro-show che il libro trasmette in ogni sua pagina.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Italia.allaboutjazz.com
Data: 15/12/2008
In the mood for show
Enrico Bettinello
Chiudiamo la nostra carrellata con un libro che non è espressamente musicale, ma che bene si inserisce in quell'approccio multidisciplinare che da sempre consigliamo per un più ampio sguardo sulla contemporaneità. Si tratta di In the Mood for Show di Teresa Macrì, autrice da sempre attenta ai rapporti tra arte e cultura popolare.
Pur con le dovute annotazioni che ormai accompagnano questo tipo di approccio - tanto stimolante e anche “trendy”, ma abbastanza a rischio divagazioni e abbinamenti che a uno sguardo più approfondito si rivelano un po' superficiali - il libro si segnala per la bella panoramica su alcuni degli artisti e dei registi più significativi dei nostri anni, da Damien Hirst a Cattelan, da South Park a Kurt Cobain. Suddiviso il sette capitoli che attraversano le diverse tematiche di questo grande “show per tutti” che è ormai l'arte contemporanea, Teresa Macrì ci svela una rete di impulsi pop che è poi l'ambiente in cui viviamo! Buone Feste!
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 14/12/2008
Guardare senza limiti
Angela Vettese
Il rapporto tra immagini e cinema, un prontuario molto anglosassone per imparare a leggere gli artisti del Novecento e le riflessioni di Dorfles sulla fine dell’autenticità
Tre libri diversi accomunati da una ragione per esistere, cosa rara nell’iperspazio delle pubblicazioni inutili.
Teresa Macrì ci presenta il suo In the Mood for Show (Meltemi, Roma, pagg. 240, € 20,00), che già dal titolo evoca un legame con il cinema. In verità l’autrice, basata a Roma e di origine calabrese, nota al pubblico soprattutto per una precoce riflessione sull’idea di corpo postorganico, cerca quanto dell’arte contemporanea penetri in quella popolare o comunque in altri settori di comunicazione che vedano l’immagine come loro protagonista. Qui si parla insomma di artisti visivi come Maurizio Cattelan e Damien Hirst, ma anche di musicisti come Curt Cobain e Phil Collins e di registi come Sofia Coppola.
I miti della generazione anni duemila secondo Macrì, hanno qualcosa che li unisce e li attraversa nonostante le tradizioni e i pubblici diversi a cui fanno riferimento. Tema vecchio, ma attualizzato da mille esempi nuovi e accattivanti.
Più noioso ma decisamente opportuno per il mercato editoriale italiano è il manuale Guardare l’arte contemporanea, già best seller nei paesi di lingua inglese, scritto comunque con brio da Mary Ascott (Einaudi, Torino, pagg. 340, € 32,00).
Si parte da Picasso per arrivare ai giorni nostri. Il libro non rivaleggerà del tutto con i molti libri dei quali ha orecchiato il titolo e con il tomo ormai classico Zanichelli di Krauss-Bois-Buchoh-Foster (ma se volete fare un regalo impegnativo continuate a regalare quello, non nuovo ma sempre il meglio degli ultimi anni).
La Ascott, docente a Oxford e non aliena da un pragmatismo benvenuto anche se a tratti semplificante, perché qui si insegna non tanto una storia cronologicamente congruente, quanto un metodo per arrivare a saper cogliere in un’opera gli elementi portanti. A tratti formalista, a tratti troppo ottimista sulle capacità del puro vedere, è però una guida per chi ha la rara virtù e l’intelligente umiltà di voler capire.
Non prende più tempo di un viaggio in treno l’esilarante ultima fatica del quasi centenario Gillo Dorfles, a cui vanno tutti i nostri migliori auguri.
Alla sua età è libero di prendersela con tutto e di tornare sui suoi tempi prediletti. Ci sta quello del kitsch, già dottamente frequentato negli anni della maturità dell’autore, dietro alle pagine de La morte dell’autenticità (Castelvecchi, Roma, pagg. no, € 14,50), curato e postillato da Massimo Carboni.
Dorfles ci parla della perdita di centralità dell’individuo non solo e non tanto in arte, quanto tra la moltitudine: inseguendo una cultura che sovente porta alla scomodità, ci si associa in vacanze infernali e si solcano cerimoniali coatti, si coniano e si ripetono neologismi creditori dei mass media, ci si duplica insomma come la pecora Dolly o piuttosto ci si copia l’un l’altro come pecore semplici. Né qui si fa dello snobismo culturale, giacché questa cultura è talmente pervasiva che il medesimo autore non osa dirsene immune.
Risultato: se nel caso dell’abbigliamento l’italiano sa avere un gusto autonomo, nel giudizio sull’arte sottostà “ai più modesti parametri che ha fatto propri dall’infanzia”.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Adolgiso.it
Data: 11/12/2008
Teresa Macrì
Armando Adolgiso
L’ospite accanto a me è Teresa Macrì. Critica d’arte, si occupa di visual studies.
Insegna Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti a L’Aquila.
Collabora a ‘il Manifesto’ e con magazine internazionali.
Tra le sue pubblicazioni: “Il corpo postorganico” (1996, nuova ed. 2006), “Cinemacchine del desiderio” (1998) entrambi con Costa & Nolan; Postculture (2002) con Meltemi che in questi giorni manda in libreria un nuovo volume di Teresa: “In the Mood for show”. Per l’Indice e un estratto del libro: QUI.
Nel presentarla, dicevo, in apertura, “critica d’arte”, dizione corretta ma non esaustiva perché – come ancor più dimostra proprio questa recente pubblicazione – si tratta di una mercuriale intelligenza che investigando su plurali campi espressivi ne rileva sotterranee connessioni e feconde collisioni, perciò è una storica della cultura dei nostri giorni; un’interprete di quella trasversalità d’esistenza fra corpi e macchine, delle gemmazioni artificiali, delle emozioni cibernetiche.
In Rete c’è un suo sito personale dove potete sapere di più sulla sua bio, troverete notizie sui volumi e i cataloghi da lei firmati, ed immagini della Divina in una photogallery dallo stile pop.
Benvenuta a bordo, Teresa… Nicola Batavia, chef e patron del ristorante L' Birichin di Torino mi ha consigliato d’assaggiare durante la nostra conversazione nello Spazio un certo vino. Mi ha scritto in spacefax… leggo: “Ti consiglio una Barbera d'Alba doc 2004 di Ermanno Costa, di San Defendente di Canale (Cuneo). Quando penso a questa terra come il Piemonte mi risalgono i profumi dell’uva e di qualche piatto che oggi cucino nel mio ristorante. Non posso starci lontano e non posso farne a meno... di cosa?... del ristorante e di cosa”. Fin qui Nicola Batavia… qua il bicchiere.
Grazie dell’invito. Mi piace navigare nello spazio ma sono astemia…Grazie dell’invito. Mi piace navigare nello spazio ma sono astemia…
… ahi!… vabbè, mi sacrifico, la berrò tutta io. Ora ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore…insomma, chi è Teresa secondo Teresa?
“…future is past, old is new, losing is winning, work is play, attraction is repulsion, screaming is silence, desire is fulfilment, I am you, you are me”…cioè tutto e il contrario di tutto come l’opera di Douglas Gordon appunto…Io mi sento esattamente così: un soggetto transitorio e plasmabile che si declina e si dilata continuamente...
Nel tuo recente libro esplori con sguardo frattalico musica, cinema, filosofia, art-market, comunicazione, tecnologia, favole, videogames, video sharing, social broadcast, esperienze underground ed entertainment. Qual è il collante che lega tutto questo?Nel tuo recente libro esplori con sguardo frattalico musica, cinema, filosofia, art-market, comunicazione, tecnologia, favole, videogames, video sharing, social broadcast, esperienze underground ed entertainment. Qual è il collante che lega tutto questo?
Il collante sono io stessa. Scrivo solo di ciò che esperimento, sento, provo, mi incuriosisce. Nessuna molecola dell’universo sopravvive a se stessa senza coniugarsi alle altre. In una visione globale del mondo tutto lo scibile è connesso. Noi stessi siamo ibridati da carbonio, idrogeno, azoto, potassio, fosforo eccetera, perché mai la conoscenza dovrebbe essere invece molecoralizzata? La musica non è scindibile dall’arte, dal cinema, dalla pop culture, dalla tecnologia. Non a caso in “In The Mood for Show” ho preso in considerazione 7 autori che hanno la stessa attitudine a riconsiderare in una visione globale i fenomeni estetico-politico-economici. L’universo estetico su cui lavora Damien Hirst, che è l’artista, in più geniale, è prismatico: installazioni, sculture, dipinti, cover di CD musicali, ristoranti, hotel, jeans, t-shirt, gioielli….è il principio di esteticizzazione globale che ha introdotto Andy Warhol.
Nelle pagine di “In the Mood for Show” è dato largo spazio al cervello come emblema sovrano della cognizione umana. “La vita umana e animale” – scrivi – “è incorporata entro quei 1.500 grammi di connessioni e cellule densamente impacchettate che costituiscono il cervello. Con i suoi cento miliardi di neuroni e i suoi trecento milioni di interconnessioni, il cervello è il fenomeno più complesso dell’universo conosciuto e da esso dipende la nostra esistenza”.
E’ possibile quindi parlare – come fa ad esempio Semir Zeki – di una “neurestetica”?
Se sì, quale n’è la tua interpretazione?
Il cervello ha sempre avuto una centralità nelle mie ricerche poiché noi siamo esattamente il prodotto elaborato dai nostri neuroni. Non darei aggettivazioni del tipo di Semir Zeki poiché l’estetica, la politica, l’economia, la comunicazione sono tutti prodotti generati dall’attività neuronale. La ricerca di Damien Hirst è platealmente ispirata al cervello, è profonda e glam al tempo stesso così come è giusto che sia in una epoca di esteticizzazione massiva. The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Livingè, secondo me, l’opera più “neurotica” inverata nella post-modernità: spiazzante, spettacolare, vertiginosa che coglie in pieno le domande ontologiche intorno al senso della vita e della morte, alle paure e alle incertezze della soggettività contemporanea. E, Damien, lo fa trasgredendo i canoni rappresentativi: inscatola uno squalo tigre in formaldeide, avvitandoci, attraverso il suo titolo, all’enigma dell’esistenza. Gli interrogativi ancestrali permangono ma la forma è spettacolarmente postmoderna. E’ un neuroshow.
E’ possible ascrivere le tue teoriche, da “Il corpo postorganico” a “In the Mood for Show”, al pensiero filosofico del transumanesimo?
Non mi sento legata a nessun pensiero filosofico specifico. La mia indagine è di carattere pop, intessuta da urban reality e slittamenti deleuziani. Il neuro-corpo, così come io lo considero, trova la sua reificazione totale nelle sculture spettacolari di Damien Hirst soprattutto nella provocatoria For the Love of God in cui il famoso teschio tempestato di diamanti evidenzia la centralità dell’attività neuronale (cognitiva, filosofica) e al tempo stesso la iper-preziosità di esso. Nell’estetizzazione (pop) che connota la ricerca di Hirst, diventa un oggetto iper-lussuoso…
Ancora sul post-umano. Già nel tuo ottimo libro “Il corpo postorganico” ti sei occupata di performers che usano il proprio corpo come esplorazione antropologica della fisicità.
Cito, ad esempio, Orlan, Stelarc, Stelios Arcadiou, Yann Marussich. Penso, inoltre, a quanto accade alla Genetic Savings and Clone che ha ispirato la nascita della BioArts Gallery alla quale si riferiscono gli artisti biopunk – come Dale Hoyt che n’è capofila - che considerano le biotecnologie una nuova forma estrema di Body Art.
Come interpreti quest’interesse delle arti per una sorta di neocorpo?
Che l’arte sia realmente interessata alla tecnologia ho sempre avuto dei dubbi, come ho scritto ne “Il corpo postorganico” gli artisti assumono le sue tecniche. Che alla fine degli anni Novanta alcuni artisti, come quelli che hai citato, si interessassero delle biotecnologie, era quasi obbligatorio in una società che stava diventando sempre più tecnocratica. Ma secondo me è stato un fenomeno temporaneo,nel senso che quella pulsione oggi non è più riscontrabile... Il processo è del tutto naturale: l’arte per continuare nelle sue pratiche ha bisogno di un mercato che la sostenga (come tutto del resto) ma se quest’ultimo svanisce, le ricerche si arrestano…Il record di vendita della stratosferica asta da Sotheby’s a Londra tenuta da Damien Hirst (mentre crollava la banca Lehman Brothers di New York) dimostra quanto l’art-market sia fondamentale al sistema dell’arte.
Dai primi happenings degli anni ’60 con Fluxus, fino alla performance detta ‘flash mob’ dei nostri giorni, il corpo e le azioni sono usati come strumenti dell’arte. Qual è l’elemento più rilevante che noti nel cambiamento fra quelle esperienze e queste di oggi?
Stiamo parlando del secolo scorso dunque: la Body era legata al suo contesto socio-politico. Era una corrente più o meno arrabbiata e rivendicativa: gender, femminismo soprattutto, e molti di quei movimenti antagonisti che col tempo si sono spenti ma che davano linfa all’arte…Oggi l’arte non è legata a movimenti sociali ne’ a questioni rivendicative… Il corpo è totalmente cambiato: da metafora autodistruttiva e nichilista si è tramutato in una realtà desiderante e sublimante. Fortunatamente le pulsioni autolesioniste sono sparite. La società è già violenta di per sé. quindi vengono prediletti modelli e canoni mediatici più “pacificati” con il sé. Le teatrali performance di Orlan si sono rivelate quasi un atto di autoconfinamento, oltre non può più andare perché rischierebbe il grottesco e esulerebbe dal campo dell’estetica.
Baudrillard definisce “estasi da Polaroid” quella voglia tutta nostra contemporanea di possedere l’esperienza e la sua oggettivazione. A tuo parere, questo desiderio che assilla (o anche delizia) l’uomo d’oggi è, oppure non è, all’origine del nuovo consumo delle immagini?
Le immagini sono fatte per essere consumate poiché viviamo in una epoca di turbo-consumismo, come suggerisce Gilles Lipovetsky, che ha cannibalizzato perfino l’idea baudrillardiana di estasi in quanto la frenesia del consumo ha sottratto il tempo della “delizia” estatica. L’utilizzo della fotografia, nell’arte, ha solo sostituito la classicità della pittura. E’ il mezzo più veloce per cogliere la realtà nelle sue epifanie.
Credi che oggi siano le relazioni sociali a guidare le tecnologie o viceversa?
Credo che esista uno scambio tra società e tecnologia. Nessuno dei due si impone all’altro in maniera come dire, dittatoriale. Steve Job (genio indiscusso del XXI secolo)non ha imposto realmente nulla ma ha cambiato, con le sue idee di interconnessione, le relazioni sociali. Il fenomeno Barack Obama deve la sua esplosione e propagazione alle web community. Alla sua conferenza pubblica di Berlino questa estate c’erano 75.000 persone ad ascoltarlo non solo in virtù dell’importanza planetaria che la sua vittoria alle prossime presidenziali avrebbe potuto avere (com’è avvenuto) per il mondo intero. Obama che possiede quel carisma del leader non riscontrabile in nessun altro politico postmoderno, attraverso la multi-comunicazione è diventato una icona, un fenomeno di fandom né più né meno che Madonna.
Ci avviamo verso la conclusione della nostra conversazione. E’ fatale che ci sia un richiamo allo Spazio. Me ne fornisce l’occasione Laurie Anderson che canta "Language is a virus" citando William Burroughs che diceva "Il linguaggio è un virus venuto dallo Spazio". Segue, quindi, una domanda acconcia in un viaggio spaziale: sei d’accordo con quella definizione? Se no, perché? E, se si, qual è oggi la principale insidia di quel virus?
Lo spazio siamo noi… quindi milioni di universi paralleli che si centrifugano e si assimilano. Il recente suicidio di uno scrittore cult come David Foster Wallace mi lascia annichilita in quanto mi fa pensare che a volte il linguaggio non basta per sopravvivere al proprio disagio interiore. Se non serve a se stessi come può diventare un virus? Ho sempre considerato il linguaggio come un momento di libertà, quindi profondamente liberatorio e per questo scrivo, ma la fine di Wallace mi riempie di enigmi, domande...
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Star Trek come Batman o Spiderman rappresentano quella pop culture di cui parlavamo prima…
Siamo quasi arrivati a TM-One , pianeta abitato da alieni che sono 25 ore su 24 in the mood for show… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di Barbera d'Alba doc 2004 di Ermanno Costa consigliata da Nicola Batavia patron e chef del ristorante ‘L Birichin di Torino… Però torna a trovarmi, io qua sto… intesi eh?
La mia navicella mi sta aspettando, mi rituffo nella galassia, grazie dell’ospitalità… lunga vita e lunghi viaggi a Enterprise!
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Exibart.com
Data: 10/11/2008
In the Mood for Show
Marta Silvi
Attraverso un gioco di parole tra filmico, lirico e pop, un libro che apre lo sguardo sul postmoderno. Procurando assaggi crudi e sinestetici di sensibilità contemporanea. In una centrifuga di rimandi, icone e miti, l’arte racconta l’assurdità della nostra epoca...
Sette come i peccati capitali sono i capitoli di questo libro. Sette tappe attraverso cui Teresa Macrì individua le multiformi facce del contemporaneo, per raccontarlo con uno sguardo penetrante ma privo di rigide categorizzazioni. Se di primo acchito titoli e sottotitoli appaiono ammalianti quanto sfacciatamente capricciosi, durante la lettura si scoprono invece azzeccati e irriverenti al punto giusto. Non lasciando presagire il contenuto, conservano in seguito il sapore di una conquista.
Come suggerito dal gioco di parole del titolo, In the Mood for Show (da In the Mood for Love, film di Wong Kar-Wai) è un libro idiosincratico, in cui la passione per il cinema - un’intensa analisi di Marie Antoinette di Sofia Coppola apre il primo capitolo, Rockocò -, per l’arte, la musica e l’espressività in ogni sua forma dialogica s’intrecciano, senza bisogno di strutture preimpostate che guidino la riflessione.
Un Damien Hirst implacabile e totalizzante si presenta all’interno del panorama Young & post British Artist, rivelando le trame più complesse della sua arte spettacolare, che fa dello Shocking (titolo del secondo capitolo) la sua formula di espressione preferita. Penetrando attraverso le paure e i dogmi tipici della contemporaneità, li rende evidenti e li neutralizza, riplasmandoli anche all’interno degli oggetti più banali.
La dimensione spettacolare è spiegata come conseguenza inevitabile della società iper-informatizzata e tecnologizzata, in cui la pluralità degli input produce l’enfatizzazione della risposta. Il lavoro di Maurizio Cattelan ne diventa caso esemplare: portavoce di una rottura all’interno dello statico sistema dell’arte italiano a fine anni ‘80-inizi ‘90, impiega una strategia di attacco a sorpresa, che stupisce ma non terrorizza, diverte e fa riflettere. Nelle opere di Douglas Gordon viene invece individuato il paradigma psicotico: ponendo in re-enactement e détournament il materiale preesistente, lo svuota e lo re-interpreta secondo una pratica decostruzionista e disseminatrice di senso.
Con Phil Collins si evidenzia la facilità d’intromissione della fiction nel mondo, secondo un principio di cannibalizzazione della realtà da parte della società dello spettacolo. Chris Cunningham ci conduce all’interno della clip-culture, ovvero nell’attitudine a fruire i brani musicali attraverso canali tematici, in cui l’artista utilizza uno sfasamento visivo e narrativo continuo.
Nell’ultimo capitolo, Dirty, si analizza infine il concetto di trasgressione estetica e di abiezione: assenza d’intreccio classico, pretesa di autenticità, cornice deviante, andamento sincopato, digressivo e frammentario s’individuano nel lavoro di Harmony Korine e Mike Kelley.
Una scrittura puntuale, dai toni talvolta ambiziosi e incantatori, costruisce un testo nutrito da riferimenti, similitudini e citazioni presi in prestito da filosofi, critici e studiosi tra i più autorevoli. La capacità d’analisi e di messa in relazione di campi del sapere diversi rende la lettura scorrevole e appassionante. Fuori da ogni schema manualistico, l’autrice fa intendere senza spiegare, lascia percepire senza pretendere inscatolamenti inutili. Offre la propria visione e la propria sapiente di connessioni per innescare un motore di riflessioni al di fuori di dinamiche crudamente consequenziali. Apre una porta senza dichiarare se essa conduca verso l’unica via praticabile, ma facendo intendere che sia una delle mille possibilità in questi nostri tempi ancora vagamente definibili.
Un libro che indaga la dimensione spettacolare della nostra società e ne individua all’interno l’immagine contemporanea, un “rizoma espanso”, “un universo cognitivo molteplice” in cui si dispiega un sistema di relazioni complesso.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Bibliotech.info
Data: 03/11/2008
In the mood for show
Flavio Fabbri
Quanta pittura aleggia nei frames di In the Mood for Love, il cult-movie di Wong Kar-Wai? Quanto cinema passa nelle opere di Douglas Gordon, quanta visionarietà nei film di Harmony Korine e Terrence Malick, quanta pop-music risignifica la ricerca identitaria di Phil Collins e Martin Creed? Quanto scarto politico sottendono i re-nactement di Jeremy Deller e Rod Dickinson?
Questo libro affronta, in modo inedito, il legame tra arte e pop culture attraverso l’analisi di artisti e registi tra i più significativi degl’ultimi anni.
Riplasmata nei reality show, abusata nei pulp movie, spettacolarizzata nelle mostre, rinegoziata nella rete, l’immagine diasporica postmoderna non fa che seguire l’erraticità dell’esistente.
Passando dal paradigmatico film Marie Antoinette di Sofia Coppola alla sensazionale opera The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst, dalla polemica installazione La Nona Ora di Maurizio Cattelan alla satirica sit-com South Park, dal situazionismo di The World Won’t Listen di Phil Collins al grunge di Kurt Cobain, il volume si configura come una sorta di indagine transmediale, una collisione di arte, musica, cinema, clip, reality, video, favola, sport, animazione, disegno, video sharing, social broadcast comunicazione, tecnologia, esperienze underground e entertainment.
Il collante che lega tutto questo è lo show, che rende l’opera provocatoria e impura e la smarca dal contesto elitario in cui, nel passato, era sigillata.
(Dalla quarta di copertina)
Teresa Macrì, è critica d’arte e si occupa di visual studies. Ha pubblicato: Il corpo postorganico (1996, nuova ed. 2006), Cinemacchine del desiderio (1998), Postculture (2002). Insegna Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. Collabora con «il manifesto» e con numerosi magazine internazionali.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Flash Art
Data: 03/11/2008
In the mood for show
Guia Cortassa
Possono Sofia Coppola e Damien Hirst avere qualcosa in comune? Nell’epoca della spettacolarizzazione
Dell’immagine, dell’entertainment e della diffusione capillare dell’informazione su Internet, si. Teresa Macri (critica e curatrice d`arte, giornalista per Il Manifesto, e già autrice di Postorganico, e Postculture) nel nuovo volume In the mood for the show offre una nuova visione della cultura pop degli ultimi anni, tracciando una "mappa semiotica" dei percorsi di contaminazione tra i media visivi tradizionali con quelli più sperimentali e cutting edge, senza dimenticare le influenze fondamentali della musica, della letteratura, e della cultura in generale.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Culturalnews.it
Data: 02/11/2008
Il mood dell'arte contemporanea secondo Teresa Macrì
Redazione
Un mood accomuna tutte le forme dell’arte e della cultura pop contemporanee. “In the mood for show”, l’ultimo libro della critica d’arte Teresa Macrì (Meltemi Editore, pp. 232-20 euro) è un interessante saggio sulla contaminazione tra diversi registri artistici e la spettacolarizzazione provocatoria, che indaga le diverse forme dell’immagine postmoderna in tutte le sue manifestazioni, dall’arte al cinema, passando per i clip musicali, i reality, gli sport e i video di You Tube. Il collante che lega tutto questo è lo show, che rende l’opera provocatoria e impura, smarcandola dal contesto elitario in cui, nel passato, era stata sigillata. Dalle installazioni di Maurizio Cattelan alla sit-com South Park, dai clip di Chris Cunningham con Aphex Twin al grunge di Kurt Cobain, passando per i frames di “In the mood for love”, il cult-movie di Wong Kar-Wai. Questo libro affronta, in modo del tutto inedito, il legame tra arte e pop culture attraverso l’analisi di artisti e registi tra i più significativi degli ultimi anni.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Key4biz.it
Data: 31/10/2008
In the mood for show
Flavio Fabbri
Quanta pittura aleggia nei frames di In the Mood for Love, il cult-movie di Wong Kar-Wai? Quanto cinema passa nelle opere di Douglas Gordon, quanta visionarietà nei film di Harmony Korine e Terrence Malick, quanta pop-music risignifica la ricerca identitaria di Phil Collins e Martin Creed? Quanto scarto politico sottendono i re-nactement di Jeremy Deller e Rod Dickinson?
Questo libro affronta, in modo inedito, il legame tra arte e pop culture attraverso l’analisi di artisti e registi tra i più significativi degl’ultimi anni.
Riplasmata nei reality show, abusata nei pulp movie, spettacolarizzata nelle mostre, rinegoziata nella rete, l’immagine diasporica postmoderna non fa che seguire l’erraticità dell’esistente.
Passando dal paradigmatico film Marie Antoinette di Sofia Coppola alla sensazionale opera The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst, dalla polemica installazione La Nona Ora di Maurizio Cattelan alla satirica sit-com South Park, dal situazionismo di The World Won’t Listen di Phil Collins al grunge di Kurt Cobain, il volume si configura come una sorta di indagine transmediale, una collisione di arte, musica, cinema, clip, reality, video, favola, sport, animazione, disegno, video sharing, social broadcast comunicazione, tecnologia, esperienze underground e entertainment.
Il collante che lega tutto questo è lo show, che rende l’opera provocatoria e impura e la smarca dal contesto elitario in cui, nel passato, era sigillata.
(Dalla quarta di copertina)
Teresa Macrì, è critica d’arte e si occupa di visual studies. Ha pubblicato: Il corpo postorganico (1996, nuova ed. 2006), Cinemacchine del desiderio (1998), Postculture (2002). Insegna Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. Collabora con «il manifesto» e con numerosi magazine internazionali.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Tribenet.it
Data: 30/10/2008
In the mood for show
Redazione
Il libro affronta il legame tra arte e pop culture attraverso l’analisi dei più significati artisti e registi. Il collante che lega tutto è lo show, che rende l’opera provocatoria e impura e la smarca dal contesto elitario in cui era sigillata.
Quanta pittura aleggia nei frames di In the Mood for Love, il cult-movie di Wong Kar-Wai? Quanto cinema passa nelle opere di Douglas Gordon, quanta visionarietà nei film di Harmony Korine e Terrence Malick, quanta pop-music risignifica la ricerca identitaria di Phil Collins e Martin Creed? Quanto scarto politico sottendono i re-nactement di Jeremy Deller e Rod Dickinson?
Questo libro affronta, in modo inedito, il legame tra arte e pop culture attraverso l’analisi di artisti e registi tra i più significativi degl’ultimi anni.
Riplasmata nei reality show, abusata nei pulp movie, spettacolarizzata nelle mostre, rinegoziata nella rete, l’immagine diasporica postmoderna non fa che seguire l’erraticità dell’esistente. Passando dal paradigmatico film Marie Antoinette di Sofia Coppola alla sensazionale opera The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst, dalla polemica installazione La Nona Ora di Maurizio Cattelan alla satirica sit-com South Park, dal situazionismo di The World Won’t Listen di Phil Collins al grunge di Kurt Cobain, il volume si configura come una sorta di indagine transmediale, una collisione di arte, musica, cinema, clip, reality, video, favola, sport, animazione, disegno, video sharing, social broadcast comunicazione, tecnologia, esperienze underground e entertainment. Il collante che lega tutto questo è lo show, che rende l’opera provocatoria e impura e la smarca dal contesto elitario in cui, nel passato, era sigillata.
Teresa Macrì è critica d’arte e si occupa di visual studies. Ha pubblicato: Il corpo postorganico (1996, nuova ed. 2006), Cinemacchine del desiderio (1998), Postculture (2002). Insegna Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. Collabora con «il manifesto» e con numerosi magazine internazionali.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Huma3.com
Data: 22/10/2008
In the mood for...show!
Maitén Panella
Per fare un’analisi della cultura del postmodernismo (parola talvolta abusata) si devono tener presenti come punto di partenza almeno due premesse: occorre cioè avere conoscenze tali da consentire un’analisi lucida e profonda di un fenomeno sovraccarico di variabili e possedere inoltre la capacità di intrecciare queste conoscenze nel modo giusto, allo scopo di ottenerne qualche risposta o, nel migliore dei casi, una nuova domanda.
Teresa Macrì (critica d’arte e insegnante di Fenomenologia delle Arti Contemporanee all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila) articola queste due premesse in un libro di non facile lettura (presuppone sia un’ampia conoscenza dei fenomeni artistici e culturali del contemporaneo che il desiderio di inoltrarsi in essi); e tuttavia, in maniera intelligente, cattura il lettore. Laddove si pensa che non ci sia più niente da dire o da esprimere, l’autrice riesce a fare ancora un altro giro di vite e ad aprire un nuovo tema.
Cosa accade quando l’arte (il più fedele riflesso del nostro sociale) sviluppa senza sosta l’intrecciarsi di immagini veloci e a volte senza senso? Perché le arti si trasformano e si mimetizzano in modo di farsi che il cinema diventi scultura o spot pubblicitario e la musica diventi pittura o video installazione? Qual’è la funzione che ha in tutto questo il mercato dell’arte? Il libro cerca di dare risposta a queste domande lungo i suoi sette capitoli dai titoli suggestivi, nei quali si dipanano man mano i sette elementi che contraddistinguono l’arte postmoderna: Rockocò, Shocking, Provocative, Physic, Political, Neurotoxic, Dirty.
Ognuno di questi capitoli diventa un saggio a sé stante, minuzioso e a tratti eccessivo (sintomo principale del nostro quotidiano), ma che si addentra nelle viscere di questa inusitata e iperesplorata collisione fra arti plastiche, disegno, cinema, musica e video, per parlarci in definitiva di questa nostra società “multitasking”. Un consiglio per l’autunno: insieme al libro di Macrì, una tazza di té caldo. Stimola ad ogni sorso la riflessione, la pausa necessaria, ciò che abbiamo quasi dimenticato in questa ragnatela postmoderna in cui trasformiamo il vivere.
Buona lettura.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Ocrablog.splinder.com
Data: 10/10/2008
In the mood for show
Redazione
Quanta pittura aleggia nei frames di In the Mood for Love, il cult-movie di Wong Kar-Wai? Quanto cinema passa nelle opere di Douglas Gordon, quanta visionarietà nei film di Harmony Korine e Terrence Malick, quanta pop-music risignifica la ricerca identitaria di Phil Collins e Martin Creed? Quanto scarto politico sottendono i re-nactement di Jeremy Deller e Rod Dickinson?
Questo libro affronta, in modo inedito, il legame tra arte e pop culture attraverso l’analisi di artisti e registi tra i più significativi degl’ultimi anni.
Riplasmata nei reality show, abusata nei pulp movie, spettacolarizzata nelle mostre, rinegoziata nella rete, l’immagine diasporica postmoderna non fa che seguire l’erraticità dell’esistente. Passando dal paradigmatico film Marie Antoinette di Sofia Coppola alla sensazionale opera The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst, dalla polemica installazione La Nona Ora di Maurizio Cattelan alla satirica sit-com South Park, dal situazionismo di The World Won’t Listen di Phil Collins al grunge di Kurt Cobain, il volume si configura come una sorta di indagine transmediale, una collisione di arte, musica, cinema, clip, reality, video, favola, sport, animazione, disegno, video sharing, social broadcast comunicazione, tecnologia, esperienze underground e entertainment. Il collante che lega tutto questo è lo show, che rende l’opera provocatoria e impura e la smarca dal contesto elitario in cui, nel passato, era sigillata.
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Libro: In the mood for show
Autore: Teresa Macrì
Testata: Agor@ Magazine
Data: 04/08/2008
In the mood for show presto in libreria
Barbara Martusciello
Teresa Macrì pubblica, per Meltemi editore, Collana Melusine, un libro che si preannuncia interessantissimo, e da ottobre in libreria.
La nuova pubblicazione di Teresa Macrì, non nuova a "sconfinamenti" culturali e a "trasversalità" analitiche, affronta, con la grinta che le riconosciamo e testimoniata anche da precedenti pubblicazioni, il legame che intercorre tra arte e pop culture attraverso l’analisi degli artisti e registi più significativi e spettacolari dell’ultimi anni.
"Quanta pittura aleggia dentro i frames di In the Mood for Love, il cult-movie di Wong Kar-Wai? Quanto cinema è stato veicolato dalle opere di Douglas Gordon, quanta visionarietà dentro i film di Harmony Korine e Terrence Malick, quanta pop-music risignifica la ricerca identitaria di Phil Collins e Martin Creed? Quanto scarto politico sottendono i re-nactement di Jeremy Deller e Rod Dickinson?".
La contamuinazione linguistica, esercizio a me molto caro, è, del resto, prassi del fare contemporaneo che abbraccia ogni campo del sapere, della comunicazione, delle arti. Dal teatro al fumetto, dal cinema alla Tv, dalla fotografia alla pubblicità, dalla musica alla letteratura, dalla moda al design, per non parlar dell’Arte, ogni area operativa e concettuale è scossa da questa vivida attitudine che mescola specifici diversi sino a rendere labile, a volte, il confine tra una disciplina e l’altra; quando questo non avviene, cioè quando le distinzioni restano comunque rintracciabili, il mix è più una citazione, ma pur sempre forte e dinamico. Nei casi riusciti, si giunge al metalinguaggio, essenza della più sofisticata pratica della cultura contemporanea.
"L’immagine postmoderna è diasporica, così come i flussi continui di individui che si spostano e ibridano l’umanità. L’immagine segue l’erraticità dell’esistente ed è anche la mappa semiotica significante tra il sé e il mondo. Essa è riplasmata nei reality show, abusata nei pulp movie, spettacolarizzata nelle mostre, rinegoziata nella rete".
Ebbene, il libro della Macrì attraversa una serie di problematiche transpolitiche, innescate dalla molteplicità degli artwork, a partire dal paradigmatico film Marie Antoinette di Sofia Coppola alla sensazionale opera The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst, dalla polemica installazione La Nona ora di Maurizio Cattelan alla satirica sit-com South Park, dal situazionismo di The World Won’t Listen di Phil Collins al grunge di Kurt Cobain. L’indagine è una collisione di arte, musica, cinema, filosofia, art-market, comunicazione, tecnologia, favole, video sharing, social broadcast esperienze underground e entertainment intese come merce simulacrale.
"Collante di questa narrazione è lo show che investe un sentire partecipato e spettacolare e che rende l’opera provocatoria e impura. La sua fusione con cinema, clip, reality, video, musica, favola, sport, animazione, disegno, video sharing, social broadcast, ecc. costituisce una sorta di pop analisi transmediale che approfondisce le ricerche di autori come Damien Hirst, Sofia Coppola, Phil Collins, Maurizio Cattelan, Harmony Korine, Douglas Gordon e Chris Cunningham".
Teresa Macrì è critica d’arte e si occupa di visual studies. Insegna Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. Collabora con Il Manifesto e con magazine internazionali. Tra le sue pubblicazioni: Il corpo postorganico (1996, nuova ed. 2006), Cinemacchine del desiderio (1998) e con Meltemi, Postculture (2002).
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