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| Post scriptum comunista di Boris Groys
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Libro: Post scriptum comunista
Autore: Boris Groys
Testata: La città
Data: 11/02/2009
Post scriptum comunista
Agnese Galeotti
Può darsi, come ha scritto qualcuno, che le civilizzazioni umane siano, tra le altre cose, il risultato di una lotta permanente tra il ricordo e l’oblio (Assmann 1992, anche Esposito 2001). Se vale in generale, questa descrizione del processo di sedimentazione delle credenze che contano può anche essere applicata alle figure politiche della memoria.
Se oggi volessimo trovarne un segnale di conferma dovremmo gettare uno sguardo su quella cultura politica che ha segnato il Novecento forse come nessun’altra e che oggi, sotto il nome di comunismo, indica più che altro un vuoto di memoria (e di senso) che non ammette ritorni. A pochi anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, e nell’intervallo di una sola generazione, sembra che nessuno sappia più che cosa sia inteso con quel termine. Nello spazio di pochi anni, infatti, l’economia della memoria ha subito una mutazione considerevole rispetto al passato recente.
Non è possibile dire con certezza che cosa sia successo: che si tratti della sinergia tra il consumismo vittorioso della way of life improntata al comfort e il cappello delle dottrine liberali che gli si sono piazzate sopra, oppure di un collasso generale – o di un’immersione di cui non si vede la fine – delle tradizioni di sinistra, la situazione presente sembra contraddistinguersi per il fatto di riconoscere come opache e perfino patetiche molte delle sue certezze precedenti.
A queste condizioni una “questione comunista” non è più neppure descrivibile come inattuale. Semplicemente sembra del tutto irrilevante occuparsene, e con tale irrilevanza le quote di senso che ancora ieri si era disposti a riconoscerle sembrano del tutto smarrite.
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Libro: Post scriptum comunista
Autore: Boris Groys
Testata: La rinascita della Sinistra
Data: 05/02/2009
URSS. Linguaggio e comunismo
Leonardo V. Distaso
Un docente tedesco rilegge la vicenda sovietica.
Conosciamo la necessità e l’esigenza di pensare il comunismo nel suo incessante movimento storico, nella sua realtà e nel suo divenire. Ecco un libro che fornisce un contributo a questo scopo attraverso una riflessione stimolante. Stiamo parlando dell’ultimo saggio di Boris Groys, Post scriptum comunista, libro da meditare perché restituisce una visione del comunismo sovietico che raramente è stata percepita in Italia e che invece dovrebbe prima o poi essere avviata. Già autore del saggio Lo stalinismo come opera d’arte totale, Groys insegna Filosofia ed Estetica a Karlsruhe, in Germania.
La tesi di fondo dell’autore è che il comunismo oltre a essere un progetto politico sia marcato da una svolta linguistica. In altri termini, poiché la politica opera attraverso il linguaggio, il comunismo segna il passaggio dal medium del denaro a quello del linguaggio. L’uomo esiste nel linguaggio e per mezzo di esso: in questo modo esso prende la parola, è interpellato dal suo destino e, perciò, risponde e agisce nella storia e per la storia. Su questo si basa la formazione di una coscienza critica che diventa uno dei fondamenti dell’identità comunista (“Ciò spiega la predilezione istintiva per il comunismo che hanno tutti coloro che sono dotati di coscienza critica”, scrive Groys). Di contro il capitalismo rende l’uomo muto, la cui capacità di linguaggio è impotente: un uomo chiuso in un destino ineluttabile, in un pensiero unico e unidirezionale che annulla ogni critica e ogni alternativa.
A partire da questo presupposto Groys riconosce che il comunismo è il progetto politico che assume la possibilità di governare, formare e amministrare politicamente la società nell’ambito del linguaggio e attraverso di esso. Per lui il comunismo si è presentato storicamente come la possibilità della politica di decidere la totalità attraverso il linguaggio e di pensare il linguaggio nella sua totalità: solo in questo modo esso ha aderito alla realtà proponendo la sua continua trasformazione e, nello stesso tempo, sforzandosi di comprenderla nella sua ambiguità e opacità.
Poiché il potere è sempre mediato dal linguaggio, Groys continua l’analisi riflettendo su quale visione del linguaggio abbia bisogno un progetto politico che aderisca alla realtà per comprenderla e trasformarla. La linea seguita dall’autore è di risalire alle radici della logica dialettica, ritrovando in Platone il primo tentativo di fondare il governo della società attraverso l’uso del linguaggio.
Il punto teorico su cui poggia l’argomento di Groys è questo: Platone, per bocca di Socrate, combatte il discorso sofistico perché questo si presenta come l’apparente molteplicità delle opinioni con la pretesa che solo una di queste sia la verità. Ora, come è possibile che un’opinione sia portatrice di verità pur restando sul piano dell’opinione? Come può l’opinione conservare la pretesa di successo sulle altre opinioni mantenendo un carattere plurale e coesistendo con altre opinioni? Come può un’opinione salvarsi da questa contraddizione e rimanere uno solo dei punti di vista possibili?
In questa prospettiva si avrà solo un continuo sforzo di sostenere e portare alla vittoria una posizione piuttosto che un’altra sulla base di esigenze e bisogni subalterni che trasformano in merce i discorsi e le argomentazioni. In questo caso il sofista di turno non fa che rafforzare la sua posizione tramite le armi della coerenza e della consequenzialità logica. Ma proprio questa pretesa nasconde ciò che solo il filosofo pensa: ogni discorso rivela il paradosso nascosto dietro le apparenze.
Il comunismo perciò è mosso dal soggetto rivoluzionario (che è il soggetto filosofico per eccellenza) nella misura in cui svela l’oscurità del linguaggio sofistico e lo trasforma nella ragione dialettica. In tal modo il potere sovietico risulta essere stato il paradigma governativo della ragione dialettica, la realizzazione del sogno di tutta la filosofia avendo formulato un programma politico in forma di paradosso: esso ha compreso la totalità del campo politico, ha operato sul possibile e sull’inclusione, ha aderito linguisticamente al totale della realtà e della vita.
In effetti il materialismo dialettico realizzato ha consentito l’inclusione di tutte le opposizioni fino all’estrema inclusione della sua dissoluzione (la stessa costituzione staliniana del 1936, all’art. 17, ripreso dall’art. 72 della costituzione del 1977, consentiva il diritto di uscire liberamente dall’Urss). Se capire il mondo vuol dire capire la contraddizione, allora fondare l’azione del partito dei proletari e della lotta di classe sulle condizioni concrete e materiali della società significa che la forza del cambiamento accoglie tutte le direzioni dello sviluppo della vita materiale della società e ne determina l’azione concreta intensificando i contrasti e risolvendoli nel carattere contraddittorio e paradossale, e perciò inclusivo, di tutti i discorsi (e in fondo, non va così anche l’azione politica del partito, mossa dal fattore del centralismo democratico?).
In definitiva, chiude Groys, nel caso del comunismo sovietico si è trattato di amministrare la trasformazione della realtà storica. Il fatto, poi, che il comunismo così inteso non abbia i caratteri dell’utopia, proprio perché il paradosso del linguaggio e della realtà lo immunizza dal diventare un’ideale e lo incarna nella realtà storica, lo rende compiuto nella trasformazione: ciò significa che esso è pronto perla ripetizione. Ripetizione che aspetta un governo di filosofi in cui tutti i cittadini lo siano allo stessa stregua: un governo comunista in cui il linguaggio, liberato dall’oppressione dell’essere formalmente corretto, sia medium dell’uguaglianza offrendo agli uomini la possibilità di vivere nella contraddizione con se stessi, senza per questo tentare di tenerla nascosta.
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Libro: Post scriptum comunista
Autore: Boris Groys
Testata: Behemoth
Data: 02/01/2009
Post scriptum comunista
Redazione
Come scrive l'autore nell'introduzione "Tema di questo libro è il comunismo. Il modo in cui se ne parla dipende da che cosa con ciò s'intende. Intenderò qui con comunismo un progetto che vuole subordinare l'economia alla politica, per fare agire quest'ultima in modo libero e sovrano. L'economia funziona attraverso il medium del denaro. La politica attraverso le parole - con argomentazioni, programmi e delibere ma anche per mezzo di ordini, divieti, decisioni e imposizioni. La rivoluzione comunista è il passaggio di una società del medium del denaro a quello del linguaggio". Perché "all'interno del capitalismo l'approvazione o la confutazione definitiva dell'agire umano non sono una questione linguistica ma economica - non vengono espresse in parole ma solo in cifre. E con ciò il linguaggio viene messo fuori gioco.
Solo quando il destino non è più muto e non domina solo sul piano strettamente economico, ma al contrario viene formulato sin dall'inizio a livello linguistico e deciso a livello politico - come nel caso del comunismo -, allora l'uomo diviene un essere che esiste nel linguaggio e per mezzo del linguaggio" e "solo il comunismo porta a compimento la verbalizzazione del destino umano. che dischiude lo spazio per una critica totale. La società comunista, può essere definita come una società nella quale il potere e le sue critiche operano entro lo stesso medium". Partendo da questa, originale, definizione la razionalità politica "ha condotto la dirigenza sovietica a distruggere il comunismo in base a una propria libera decisione".
Scrive Groys che in una società capitalista il conflitto viene composto da accordi che si basano sul medium del denaro: tra proletari e borghesi un contrasto è risolto con una distribuzione di denaro; il compromesso si realizza a livello economico. Nella società "socialismo reale" il compromesso, "è indispensabile poiché è il solo a mettere d'accordo le parti in conflitto e a mantenere l'unità di tutta la società. Il compromesso, in realtà, ha la forma del paradosso, poiché contemporaneamente accetta e ammette due affermazioni tra loro opposte (A e non-A). A differenza del paradosso, però, il compromesso non viene formulato con il medium del linguaggio ma con quello del denaro. In un risarcimento finanziario come questo i sofisti, che hanno argomentato in favore di entrambe le parti, vengono risarciti in egual maniera. Si può perciò dire che se il paradosso viene sostituito dal compromesso, il potere passa dal tutto del linguaggio a quello del denaro. Il compromesso è un paradosso che viene pagato per non mostrarsi come tale". Con ciò si realizza dialetticamente l'unità degli opposti, essenziale all'esistenza di una società organizzata.
In applicazione dell'undicesima glossa a Feuerbach "L'Unione Sovietica si è intesa come l'unico Stato in cui governa solo la filosofia. La dirigenza comunista si era, infatti, legittimata come dirigenza in primo luogo appoggiando una determinata dottrina filosofica - il marxismo-leninismo. La dirigenza non aveva altra legittimazione... la dottrina marxista-leninista venne intesa come l'unità di Materialismo Dialettico, Materialismo Storico e Comunismo Scientifico. Il Materialismo Dialettico era considerato la parte più importante e decisiva di questa triade". Il Materialismo Dialettico non è una dottrina chiusa che esclude le opposizioni (evidentemente non quelle politiche) perché "la legge centrale del Materialismo Dialettico recita: l'unità è la contrapposizione delle contraddizioni. Seguire questa legge significa de facto pensare per paradossi - e con ciò mirare, come scopo del pensiero, al maggiore e più radicale paradosso possibile"; la logica del diamat è "una logica aperta poiché accetta nello stesso tempo A e non-A e, così facendo, non esclude nessuno. Il Materialismo Dialettico funziona piuttosto come esclusione dell'esclusione. Esso accetta tutte le opposizioni.
Ma non accetta il divieto di queste opposizioni ad accettare l'opposizione contrapposta"; questa sorta di logica per paradossi "ha dietro di sé una lunga storia. Per non andare troppo indietro nel passato: i dogmi del cristianesimo non sono altro che paradossi. La trinità divina viene descritta come identità tra uno e tre. Gesù Cristo viene pensato come identità di umano e divino, che sono inconciliabili ma anche inseparabili: Cristo è totalmente uomo e totalmente Dio, nello stesso tempo in cui è unità tra Dio e l'uomo. Già sulla scorta di quest'esempio diviene chiaro come l'ortodossia cristiana pensi per paradossi.
Contemporaneamente, però, questo pensiero non è affatto illogico. Poiché il pensiero teologico vuole pensare il Tutto, esso esclude conseguentemente tutto ciò che non è sufficientemente paradossale - tutto ciò che è troppo corretto dal punto di vista logico-formale, troppo coerente, troppo privo di contraddizioni e, con ciò, troppo unilaterale. Tutte le dottrine teologiche che sono logicamente corrette, e perciò volevano vedere in Cristo o solo il divino o solo l'umano, sono state classificate dalla dogmatica cristiana come eresie e i loro rappresentanti sono stati perseguitati dalla Chiesa".
Il comunismo, insomma, è un paradosso, ma senza mistero. I dogmi della teologia cristiana sono spiegabili in una concezione del mondo che considera l'uomo un essere razionale ma limitato, che non può comprendere il mondo. Mentre il marxismo, che si fonda sul presupposto di essere il comunismo "la soluzione dell'enigma della storia", presuppone che il pensiero (marxista) sia la comprensione totale del reale.
È chiaro che applicando la formula hegeliana "ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale" e confrontandola poi coi risultati storici del "socialismo reale" la conclusione che se ne trae è che, ormai non essendo reale, il marxismo non è razionale. È inutile, anzi illusorio. È una grande costruzione immaginaria, fatta di parole e di concetti con poca o punto rispondenza con la realtà concreta: un'ideologia, per l'appunto, anzi, in termini di regime politico, una glossocrazia, come si conclude dalla lettura (anche) di Groys.
Il quale, chiudendo questo libro scrive: "La vera pretesa del socialismo di stampo staliniano consisteva nel suo anti-utopismo, cioè nell'affermazione che in Unione Sovietica l'utopia era fondamentalmente già realizzata. Il luogo reale in cui lo schieramento socialista si era affermato venne proclamato il non-luogo dell'utopia. Non sono necessari, e non lo erano allora, né un particolare sforzo né uno speciale punto di vista per dar prova del fatto che questa affermazione è controfattuale, che l'idillio ufficiale era stato manipolato dallo Stato, che la lotta continuava, tanto quella per la propria sopravvivenza quanto quella contro la repressione e la manipolazione, quanto la rivoluzione permanente".
E infatti come la realtà dei gulag e dello sterminio degli oppositori potesse essere confusa con l'idilliaca rappresentazione che i teorici marxisti davano della "società senza classi" è cosa che non poteva durare. E infatti non è durata.
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Libro: Post scriptum comunista
Autore: Boris Groys
Testata: Recensioni Filosofiche
Data: 02/12/2008
Groys, Boris, Post scriptum comunista
Paolo Calabrò
Come mai un
dittatore totalitario quale Stalin si diede la briga – poco prima di morire
– di pubblicare in tutta fretta degli scritti sulla linguistica? Scelta
quanto meno singolare, da parte di un capo di Stato, che costituisce il punto
di partenza di questo saggio di Boris Groys, appena edito nella collana
‘Melusine’ dell’editore Meltemi, dalla grafica originale e accattivante.
Con il termine ‘comunismo’ si intende di solito quell’insieme di dottrine
più o meno facenti capo a Marx e ispirate alla comunanza dei beni e dei mezzi
di produzione; ovvero, si intende l’esperienza politica di certi Stati che
hanno inteso mettere in pratica tali dottrine, come ad esempio l’ex Unione
sovietica (in questi casi, generalmente, si aggiunge a ‘comunismo’
l’aggettivo ‘reale’). A tali consolidate concezioni Groys aggiunge la
caratterizzazione del comunismo come ‘svolta linguistica’ nella prassi
sociale, ciò su cui si concentra l’intero studio.
Poiché il
‘medium’ della politica è il linguaggio (la politica agisce infatti
secondo programmi, proclami, discussioni, deliberazioni, ecc.), la critica al
comunismo può esprimersi nel suo stesso medium: in questo modo esso riesce a
realizzare la vera parità sociale fra tutti i cittadini dello Stato, in quanto
ciascuno ha il diritto e la possibilità (anche se subalterna, o di fatto
inefficace) di esprimersi sul piano politico e di partecipare così con il
proprio, anche piccolo, contributo al processo sociale.
Nel capitalismo,
viceversa, dove il denaro è il motore degli eventi economici, e dunque
politici – la disuguaglianza nel possesso di denaro genera disuguaglianza
sociale, fino all’esclusione di alcuni e addirittura alla morte per fame di
altri; il processo politico si muove dunque tramite un medium diverso da quello
della sua critica (cioè, ancora una volta, il linguaggio). In quanto il medium
del capitalismo è il denaro e non il linguaggio, gli eventi economici sono
ciechi e privi di senso (relativamente alla vita e al destino dell’uomo e
della società).
Al contrario, nel
comunismo (dove l’economia è subordinata alla politica) il destino
dell’uomo diventa dichiarato, indirizzato, progettato e infine realizzato. In
questo il comunismo ritiene di cogliere la vera essenza della democrazia,
mentre la democrazia di stampo liberale è una contraddizione in termini che si
trova continuamente a subordinare la volontà popolare agli interessi del
mercato. Per fare un esempio del legame esistente nel comunismo tra il progetto
teorico e la sua realizzazione pratica (che Hannah Arendt riportò nel suo Le
origini del totalitarismo, anche se con altro scopo), quando Stalin diceva che
la borghesia era una classe in via d’estinzione, significava che stava
preparando il massacro dei kulaki. Groys non dà giudizi di merito su singoli
episodi storici (sulla questione della violenza insita nella pretesa di
progettare la società ‘così come dovrebbe essere’, e quindi sul legame
tra lo schema evolutivo-rivoluzionario e lo sterminio, si sofferma invece
l’acuta prefazione di Gianluca Bonaiuti); egli punta semplicemente a
caratterizzare il fondamento della sua categoria principale, fin qui
preannunciata, la verbalizzazione della società: “Solo quando il destino non
è più muto e non domina solo sul piano strettamente economico, ma al
contrario viene formulato fin dall’inizio a livello linguistico e deciso a
livello politico – come nel caso del comunismo –, allora l’uomo diviene
un essere che esiste nel linguaggio e per mezzo del linguaggio. L’uomo
ottiene così la possibilità di argomentare, protestare e sollevarsi contro
decisioni fatali. Tali argomentazioni e tali proteste non si dimostrano sempre
efficaci. Vengono spesso ignorate o addirittura represse, ma non sono in quanto
tali prive di significato” (pp. 24-25).
Secondo Groys, la
perplessità per la quale il solo linguaggio sarebbe di per sé insufficiente a
governare, a creare cioè la necessaria obbligazione tra chi formula le leggi e
chi è tenuto ad osservarle, è lo specchio della condizione politica attuale,
nella quale il linguaggio è di fatto impotente. Groys dedica tutto il secondo
capitolo all’analisi del logos e della sua forza obbligante, a partire dalla
critica alla sofistica di Socrate e Platone. Ma, soprattutto, istituisce
un’interessante (ancorché discutibile, come forse un po’ tutta la sua
interpretazione della filosofia platonica) rilettura delle posizioni sofistiche
e socratiche alla luce della dialettica hegeliana: “Il discorso sofistico
appare [...] coerente soltanto perché è unilaterale, perché si isola dal
tutto, perché maschera il suo rapporto paradossale con il tutto del
linguaggio. Il sofista svolge la sua difesa di una posizione particolare anche
quando sa che ci sono molti argomenti anche in favore della posizione
opposta” (p. 35). Così il sofista opera nell’interesse esclusivo di sé e
dei propri clienti, mostrando in tal modo la propria affinità con il
capitalista dei nostri giorni, che Groys così descrive, lasciandosi prendere
un po’ la mano: “De facto i discorsi sofistici che appaiono razionali sono
ora come sempre al servizio di interessi particolari e del mercato. [...] Non
c’è nessun dominio totale della ragione [...] Per avere successo nel mercato
non si ha notoriamente bisogno di calcoli, di freddi costrutti logici, né di
riflessioni razionali, ma di intuizione, ossessività, aggressività e di
istinto da killer” (p. 40). Al contrario della sofistica (di ieri come di
oggi), il ‘materialismo dialettico’, su cui il potere comunista si basa,
non perde mai di vista il tutto della realtà, cioè il persistente rapporto
dialettico tra ogni cosa e il suo ineliminabile contesto. In questo, afferma
Groys, ogni governo comunista ha visto se stesso come unico governo veramente
razionale, capace di ‘prendersi cura del tutto’ (secondo l’antico monito
di Periandro di Corinto), e di svelare così la contraddizione interna a quel
realismo logico che, tradotto in termini politici, significa solo la
determinazione a operare in vista di interessi particolari.
Ciò dunque (e non
i singoli obiettivi politici, realizzati o meno), secondo l’autore,
costituisce l’essenza del comunismo e lo differenzia non solo dalla
democrazia liberale, ma anche dai fascismi: essi infatti, anche quando si
pretendono totalitari, non sono mai abbastanza ‘totali’, perché il primato
di una razza o di un partito resta pur sempre qualcosa di parziale, di non
universale, anche se elevato a legge di natura. Il comunismo è invece, in
quest’ottica, l’unico governo veramente totale, governo del tutto da parte
di chi sa abbracciare l’orizzonte del tutto, ciò che consente a Groys di
avvicinare questo modello a quello platonico, e di definire il comunismo come
tentativo di “instaurare un governo dei filosofi” (p. 44); la differenza
tra questi due modelli è soltanto che, nello Stato comunista, tutti i
cittadini sono tenuti ad essere filosofi, e non solo i governanti (p.
64).
Ora, se il motore
del processo politico è il materialismo dialettico, il quale ritiene che la
vita sia in sé contraddittoria (p. 49) e che la realtà sia in sé paradossale
(p. 46), l’azione politica non potrà che essere a sua volta contraddittoria:
si troverà cioè a perseguire fini reciprocamente contraddittori, la cui
coerenza potrà essere svelata solo da una prospettiva ‘superiore’
(illuminante in proposito il resoconto del comportamento tenuto nel 1908
dall’ala sinistra della socialdemocrazia russa nei confronti del regime
zarista, p. 47). Che tale posizione possa condurre nella pratica a giustificare
ogni sorta di nefandezze, è l’autore stesso a sottolinearlo, facendo notare
che questa (giusta) critica risale almeno al 1984 (oggi sessantenne) di George
Orwell. Ma, come già detto, non è questo il punto di Groys, al quale preme
piuttosto sottolineare – ma, sia chiaro una volta per tutte, non in chiave
apologetica – quanto i membri del Partito comunista di ogni tempo e luogo
abbiano sentito il filosofare come un proprio preciso dovere. Ciò che
l’autore esemplifica mostrando il legame tra la svolta linguistica operata
dalla rivoluzione russa e gli scritti di Stalin, appunto, sulla linguistica. I
quali sono significativamente redatti in forma di ‘dialogo platonico’,
cioè come sequenza di risposte a domande formulate da interlocutori diversi.
Groys rimarca la centralità di questi scritti nell’ambito dell’intera
operazione e rivoluzionaria: “C’è una cosa [...] che emerge chiaramente
dalla lettura di questa particolare testimonianza della vita interiore di un
leader politico: Stalin aveva tanta fretta da pubblicare subito considerazioni
incompiute, frammentarie e provvisorie, perché aveva la sensazione di essersi
imbattuto in qualcosa di estremamente importante, di cui il mondo non doveva
restare all’oscuro nemmeno per un minuto” (p. 57). Il testo sulla
linguistica doveva avere il compito preciso di introdurre la contraddizione
quale suprema regola della logica (p. 61), di impostare la contraddizione come
fondamento del retto pensare e del retto agire. In questo senso, un agire
contraddittorio non è sintomo di schizofrenia o indecisione, bensì di
capacità di abbracciare un orizzonte non parziale. Da questo punto di vista
Groys non vede affatto una rottura nel passaggio dell’Unione sovietica dal
comunismo al capitalismo (sul piano economico), bensì una ‘continuità
dialettica’ in incessante evoluzione (pp. 81 ss.). Dallo stato di salute dei
regimi russo e cinese egli deduce che l’albero del comunismo – tuttora in
crescita – ha ancora altri frutti, nuovi e inattesi, da portare: il
comunismo, ci dice Groys, è tutt’altro che morto.
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