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Critica della ragione postcoloniale di Gayatri Chakravorty Spivak


Libro: Critica della ragione postcoloniale
Autore: Gayatri Chakravorty Spivak
Testata: Lacosapsy.com
Data: 25/06/2008

Critica della ragione postcoloniale
Leonardo Angelini

[È presente una segnalazione con un estratto del volume]

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Libro: Critica della ragione postcoloniale
Autore: Gayatri Chakravorty Spivak
Testata: ttL - La Stampa
Data: 26/01/2008

Le sue scelte (di Giacomo Marramao)
Mirella Serri

La vita. Giacomo Marramao è nato a Catanzaro nel 1946. Si è laureato in Filosofia a Firenze nel 1969 sotto la guida di Eugenio Garin. E’ professore ordinario di Filosofia politica all’Università di Roma Tre. E’ direttore della Fondazione Basso-Issoco e membro del Collège International de Philosophie di Parigi.

Le opere. Tra i suoi saggi, «L'ordine disincantato» (Editori Riuniti), «Minima temporalia. Tempo, spazio, esperienza» (Il Saggiatore), «Kairos. Apologia del tempo debito» e «Cielo e terra. Genealogia della secolarizzazione» (entrambi per Laterza). In uscita «La passione del presente» da Bollati Boringhieri.

Gayatri Chakravorty Spivak - Critica della ragione post-coloniale

E’ una delle più note teoriche femministe americane. Bengalese di nascita, vive negli Stati Uniti, docente alla Columbia University, ed è tra le massime esponenti degli studi postcoloniali. Si interroga sulle forme di sfruttamento nel globo, sul senso di una parola come «civiltà» nei capitoli che compongono il volume: «filosofia», «letteratura», «storia», «cultura».

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Libro: Critica della ragione postcoloniale
Autore: Gayatri Chakravorty Spivak
Testata: Alias - Il Manifesto
Data: 07/07/2007

Un'erranza creola
Alessandro Corio

Poetica della relazione del martinicano Édouard Glissant

Esistono ancora centri di dominio, ma è evidente che non esistono più luoghi privilegiati ed esclusivi del sapere, metropoli della conoscenza». Queste parole di Édouard Glissant, tratte da un capitolo della Poetica della Relazione (Quodlibet, pp. 210, euro 20, trad. di Enrica Restori) intitolato «Trasparenza e opacità», si posizionano in quel solco della lotta anticolonialista che annovera tra i suoi maggiori esponenti i martinicani Aimé Césaire e Frantz Fanon. La produzione poetica, teorica e narrativa dello scrittore loro conterraneo, nato nel 1928 in una zona remota dell’entroterra martinicano, allievo e discepolo dello stesso Césaire, è ancora poco nota in Italia, per motivi legati alla densità linguistica e concettuale e all’«opacità» dei suoi testi.

È senz`altro degna dì rilievo, perciò, la pubblicazione di quest’opera stilisticamente ibrida, poetica e filosofica insieme, in cui Glissant rompe qualsiasi schema espressivo e cognitivo riconducibile agli ordini discorsivi occidentali. Proprio a fronte di una presunta intraducibilità, essa assume valore in quell’ottica di relazione asimmetrica, di ibridazione, che caratterizza, secondo l’autore, la relazione, la traduzione e la «creolizzazione» di linguaggi e culture nella «totalité-monde».

La scrittura di Glissant è, sin dagli esordi (Les Irdtes, 1956; La Lézarde,1958), profondamente connessa all’abisso fondatore della «non-storia» caraibica, l’enorme alienazione prodotta dalla colonizzazione europea e da oltre tre secoli di brutale tratta degli schiavi- «l’olocausto degli olocausti» - nonché dal sistema di asservimento totale dell’essere umano realizzato nelle piantagioni estese, dalla Louisiana a Bahìa, attraverso quella sorta di «prefazione al continente americano» che è l’arcipelago caraibico. Dall`abisso, dalla «permanente condizione ontologica di dolore» (Paul Gilroy, The Black Atlantic, Meltemi 2003) tradotta metaforicamente da Glissant nella visione della «stiva» della nave negriera - «il ventre stesso della bestia» -, risorge quel grido di ribellione e di rifiuto che si tradurrà nell’esperienza storica del «marronaggio», ossia nella fuga dello schiavo dall’universo delle piantagioni per rifugiarsi sulle alture nel cuore della foresta e dar vita a comunità di ribelli. Da quel grido mai estinto e dalla traccia da esso lasciata nell’inconscio dei popoli della Tratta, custodita dalla voce notturna e ambigua del conteur créole, nasce una parola nuova e carica di sentimento profetico verso le umanità del mondo, quello che Glissant chiama il «pensiero del Tout-monde».

Da questo nucleo storico si generano alcuni dei temi-chiave della Poetica della Relazione, che appaiono tra di loro intrecciati proprio come quelle radici «rízomatiche» che Glissant, traducendo il concetto di rizoma elaborato da Deleuze e Guattari, assume come modello identitario contrapposto alla «radice unica», che caratterizza invece i modelli di pensiero «continentali». I «pensieri di sistema» si sono dimostrati, infatti, tanto sontuosi e fecondi per l’Occidente, quanto mortali per i popoli cui sono stati imposti. L’eco profonda di quel grido originario, al contrario, prende forma traducendosi in un «pensiero dell’erranza e della Traccia», profondamente distante dall’universalismo occidentale e che si pone agli antipodi del «pensiero dell`Uno» e della violenza epìstemica (Gayatrí C. Spivak, Critica della ragione postcoloniale, Meltemi 2004) del discorso coloniale.

ll percorso teorico, articolato in un movimento spiraliforme in cinque sezioni, si configura dunque come un’«evasione» dall’Essere inteso come «substans fondativa», mostrando in filigrana una serie di parentele con quella critica della metafisica occidentale elaborata dal post-strutturalismo europeo, da Derrida a Foucault, ma anche con alcuni critici postcoloniali come Said, Bhabha e Rushdie. L’originalità dei concetti in Glissant mantiene comunque una costante autonomia rispetto al pensiero euro-occidentale e sorge da un profondo senso della specificità caraibica. II pensiero occidentale, secondo lui, traduce il proprio impulso universalizzante in un’esigenza di trasparenza, per cui ogni forma di alterità è comprensibile attraverso le istanze della ragione. Questa «volontà di potenza» del logos e il relativo impulso alla «comprensione» dell’altro rivelano il nesso profondo tra volontà di potere e volontà di sapere. «Per poterti "comprendere" - afferma Glissant - e dunque accettarti, devo ricondurre il tuo spessore a quella scala di valori ideale che mi fornisce motivo di paragoni e forse giudizi. Devo ridurre».

Da questa prospettiva il poeta martinicano - con un vero balzo in avanti oltre le politiche del riconoscimento della diversità, facilmente manipolabili dagli apologeti dei multiculturalismo relativista e spesso prossime a nuove forme di «razzismo postmoderno» - rivendica strenuamente il «diritto all’opacità», ossia a una «divergenza esultante delle umanità» e a una «singolarità non riducibile» che non si racchiuda in una sorta di autismo identitario, ma che fondi le basi di un divenire di scambio continuo con l’Altro: «La trasparenza non appare più come il fondo dello specchio in cui l’umanità occidentale rifletteva il mondo a sua immagine; in fondo allo specchio c’è ora opacità, tutto un limo depositato dai popoli, limo fertile ma, a dire il vero, incerto, inesplorato, ancor oggi molto spesso negato o offuscato, di cui non possiamo non vivere la presenza insistente». Ed è proprio la presenza «insistente» di ciò che Lévinas ha definito come «la trascendenza del volto dell’altro» che rende possibile quel fenomeno carico di imprevedibilità che è la creolizzazione.

La creolizzazione delle culture nella totalità-mondo non si basa dunque sull’appartenenza a un territorio, bensì sulla conflittualità e l’imprevedibilità di risultanti della Relazione, sull’erranza e sul multilinguismo. Scrivere oggi, afferma Glissant, significa irrevocabilmente scrivere «alla presenza di tutte le lingue del mondo», anche quando non si parla che la propria. Questa poetica di apertura non nasconde gli elementi più problematici della globalizzazione. Lo scandaglio lirico dell’abisso del bateau négrier, da cui questa poetica sorge, si rovescia nel capitolo iniziale in un’eco baudelairiana che si fa metafora viva dell’intera poetica di Glissant: «Salve,antico Oceano! Preservi sulle tue creste la sorda imbarcazione delle nostre nascite, i tuoi abissi sono il nostro stesso inconscio, solcati da fuggitive memorie. Poi disegni queste nuove rive, noi vi ancoriamo le piaghe striate di catrame, le bocche arrossate e i clamori taciuti. (...) Ci conosciamo, folla, nell’ignoto che non atterrisce. Gridiamo il grido di poesia. Le nostre barche sono aperte, le navighiamo per tutti».

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Libro: Critica della ragione postcoloniale
Autore: Gayatri Chakravorty Spivak
Testata: World Music
Data: 01/09/2005

Critica della ragione postcoloniale di Gayatry Chakravorty Spivak e Postcolonialismo di Achille Mbembe
Valerio Corzani

Si affronta spesso il grumo problematico delle società postcoloniali con qualche leggerezza di troppo. Come se la discussione sul prima e sul durante fosse più importante di quella sul dopo. È un modo questo per colonizzare di nuovo quelle società, depauperandole di una specificità e di orizzonti evolutivi che invece rappresentano un focus privilegiato per qualsiasi discussione sul presente. In realtà il postcoloniale è l'ambito teorico e d'azione che ripensa i dispositivi del sapere e le cartografie del potere muovendosi in un andirivieni storico e narrativo, ricercando nel passato e nel presente, nei testi della cultura e nei segni dell'immaginario, i fondamenti di quella che la Spivak, nel suo corposo studio edito da Meltemi, definisce "violenza epistemica" del colonialismo e dell'imperialismo. È’ chiaro che in quest'ottica anche la stessa etichetta "postcoloniale" va ripensata, o perlomeno liberata dalle incrostazioni dello stereotipo e dalle benevolenze consolatorie che oggi riempiono le accademie e i progetti umanitari.

I due volumi della Biblioteca Meltemi, che propongono ai lettori italiani i frutti di percorsi di analisi illuminanti come quelli della bengalese Gayatry Chakravorty Spivak e dell'africano Achille Mbembe, non possono che contribuire a sgombrare il campo dagli equivoci e allo stesso tempo "provocare" sommovimenti teorici e ripensamenti critici. Postcoloniale dunque, come parola che indica uno spazio teorico, politico e poetico riconosciuto oramai non semplicemente come ciò che viene dopo il colonialismo - cioè dopo l'evento storico, avviatosi nella seconda metà del Novecento, che ha visto l'emancipazione (incompleta) degli stati extra europei su cui le grandi potenze europee - Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, e anche Italia – si erano insediate da secoli.

Oggi – nota Patrizia Calefato nella sua introduzione alla Critica della ragione postcoloniale - siamo "dopo" il postcoloniale, siamo in quella globalizzazione in cui però i motivi profondi del colonialismo, insieme ai conflitti postcoloniali e alla violenza mondializzata che trasforma le minoranze in esodi, hanno aperto nuovi scenari. Alcuni di questi vengono evocàti magistralmente dagli studi della Spivak (in ottica davvero globale) e di Mbembe (attraverso uno zoom d'inchiesta tutto africano). Quanto tutte queste tematiche e tutti questi "nodi" incidano sulle suggestioni legate alla scena musicale di quegli stessi Paesi su cui si indaga, è cosa troppo evidente per sfuggire ai lettori della nostra rivista. l quail troveranno in questi saggi due succulente (ancorché complesse) occasioni editoriali.

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Libro: Critica della ragione postcoloniale
Autore: Gayatri Chakravorty Spivak
Testata: Alias - Il Manifesto
Data: 28/02/2005

Sfida all’etnocentrismo imperialista, e agli studi
Daniele Giglioli

Si percorrono le oltre quattrocento pagini di questo libro (Gayatri Chakravotry Spivak, Critica della ragione postcoloniale, a cura di Patrizia Calafato, traduzione di Angela d’Ottavio, Meltemi, pp. 477 € 228) accompagnati da un costante sentimento di inadeguatezza; e con il sospetto (o la speranza) che sia il mondo giusto di leggerlo. Quando non è una consolazione a basso costo, è il dono più prezioso che la critica può offrire. Bengalese di nascita, newyorkese d’adozione, militante femminista, allieva di de Man e traduttrice di Derrida, Spivek brilla come un astro di prima grandezza in quello star-system americano e perciò internazionale che viene rubricato sotto l’equivoca etichetta di teoria. E tuttavia, pur condividendone retroterra, orizzonti e modalità discorsive (da cui la difficoltà per il lettore, o la lettrice, cui Spivak preferisce rivolgersi, non iniziati al gergo della corporazione), questo libro non contiene tanto una teoria quanto un allegoria di che cosa possa essere la critica.

Suddiviso in quattro lunghissimi capitoli rispettivamente dedicati alla filosofia, alla letteratura, alla storia e alla cultura, Critica della ragione postcoloniale fa ruotare la sua nebulosa di materiali apparentemente eterogenei attorno a un centro di gravitazione insieme necessario e impossibile: la figura dell’"informante nativo", e lo sguardo che questo getterebbe, se potesse parlare, su una soggettiva "occidentale" che si è fondata, istituita e consolidata, materialmente e filosoficamente, proprio a partire dalla sua cancellazione. L’etnografia contemporanea ha da tempo sottoposto a critica l’idea che sia possibile appropriarsi delle culture altre sulla base della testimonianza di un "aborigeno" che ragguaglia circa miti, riti e usanze quell’antropologo cui spetta poi il ruolo sovrano di soggetto della conoscenza. Si potrebbe dunque pensare che basti rinunciare a quel privilegio per recuperarne la voce, vanificando in un afflato universalistico secoli e latitudini di rimozione, e facendo riemergere la vera natura di quell’alterità che l’episteme occidentale ha dovuto occultare per definirsi in quanto tale.

Non è così per Spivak, né di una rimozione si tratta ma di un forclusione (termine che Spivak riprende in maniera deliberatamente infedele da Lacan), e cioè di un’esplosione dell’"altro da noi" dal campo visivo in cui si delineano i contorno di ciò che definiamo "essere umano"; esplosione,però, questo è il punto, che è al tempo stesso un’inclusione, perché ciò che consideriamo umano non può essere pensato che a partire dei limiti di quanto riteniamo non lo sia. Seguace di Derrida, e quanto lui poco incide a imbalsamare l’empirico, fuggevole e sempre in dissolvenza, nella raggelante custodia del trascendentale, Spivak continua e per certi versi supera il maestro grazie alla sua capacità di radicare storicamente e geograficamente (tra imperialismo, neocolonialismo e multiculturalismo benedetto dalla Banca Mondiale), oltre che logicamente, quella cancellatura della differenza che presiede alla fondazione dell’identità.

Che colui che è stato posto come altro possa parlare al di fuori del discorso di chi si definisce espungendolo da sé è dunque una contraddizione in termini, che vieta di ipotizzare qualcosa come una teoria generale dell’alterità. Chi è stato ridotto al silenzio tace per definizione, o parla nella misura in cui è complice della procedure di esclusione (per esempio le èlites dei paesi coloniali e post coloniali, o i migranti di lusso cooptati nelle istituzioni economiche, politiche e accademiche internazionali). E tuttavia, se il silenzio dell’altro è il vuoto torricelliano in cui prende forma il discorso del dominio, l’evocazione dell’impossibile necessità che venga rotto è il gesto che permette al pensiero critico di negare a quel discorso la legittimità di istituirsi come regola, norma, descrizione di una modalità di essere che pretende di prescrivere agli altri (per esempio i paesi "in via di sviluppo") come devono essere se vogliono essere qualcosa. Piuttosto che una teoria capace di redimere il passato, quella di Spivak è una critica che preserva la possibilità di un futuro diverso dalla mera presecuzione del presente.

Non renderebbe perciò giustizia alla straordinaria ricchezza di questo libro l’affermare che quanto riassunto fin qui costituisca la tesi (la teoria, appunto) di Spivak, quando non ne rappresenta che il fulcro archimedico, il punto di fuga, il guanto di sfida da gettare in faccia non solo all’etnocentrismo imperialista e ai suoi successori, ma anche a quelle opzioni culturali e politiche che gli si oppongono, replicandone però troppo spesso il gesto fondativo,a riduzione al silenzio di quel subalterno in nome del quale non si può (non) parlare. Differenzialismo essenzialista e apologie del soggetto nomade, femminismo universalista e terzomondismo accademico, cultural studies, gender studies, postmodernismo euforico alla Lyotard, storicista alla Jameson o neoilluminista alla Rorty meritano lo stesso trattamento riservato a Kant, a Hegel, al Marx del "modo di produzione asiatico" o alle grandi narrazioni romanzesche del colonialismo nascente e maturo, nonché alle loro palinodie novecentesche.

Non si tratta di accusare né di scusare, di accettare in torto né di rifiutare, né di assemblare Frankestein teorici (come quelli di Zizek, per intenderci, o ancora di Jamenson), quanto piuttosto di restituire ogni discorso alla sua contingenza dislocandolo criticamente nel tentativo di individuare, nei suoi punti di minor resistenza, i varchi attraverso cui potrà inserirsi quell’unica reale verifica della teoria che è il rinvio alla prassi. Che tutte le teorie siano inadeguate proprio in forza della loro pretesa di universalità (e non per nulla Spivak rivendica la sua professione di critica letteraria, specialista nella manipolazione di testi che sono irriducibilmente "singolari" e "non totalizzabili", come non lo è, potremmo aggiungere,l’informante nativo), costituisce esattamente il punto di sutura tra la traccia del discorso e quella critica delle cose che è l’agire politico, nonché la possibilità cui si accennava all’inizio, di considerare l’inadeguatezza un’opportunità piuttosto che una castrazione. Compreso ciò, tra l’altro, l’insistenza di Spivak su di un’etica della responsabilità intesa come "esperienza dell’impossibile" perde buona parte della sua astruseria.

Resterebbe da capire come compiere quel passaggio tra il discorso e l’azione. Su questo, inutile, negarlo, Spivak è consapevolmente povera di indicazioni, rischio costante di ogni critica radicale già intuito e messo alla berlina da Marx nelle sue puntate polemiche contro la "critica critica" di Bruno Bauer & Co, e scotto altissimo da pagare per chi crede che la verità non sia né "là fuori" ne un mero effetto di discorso, ma accade nello sguardo dell’altro. Si sa di lei che partecipa attivamente a progetti di alfabetizzazione nelle zone più povere dell’India: una scelta che al lettore italiano ricorda quella di Lorenzo Milani, anche lui contraddittoriamente ossessionato dalla possibilità che i senza voce potessero parlare, e magari scrivere alle professoresse che volevano mantenerli in silenzio. E’ solo una fantasia, ovviamente, ipotizzare che una di queste lettere sia arrivata sulla scrivania della professoressa Spivak.

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Libro: Critica della ragione postcoloniale
Autore: Gayatri Chakravorty Spivak
Testata: Il Manifesto
Data: 01/02/2005

Il rovescio del dominio
Sandro Mezzadra

Dalla proibizione del sati nell'India del colonialismo inglese all'umanitarismo del presente globale, l'affilata "Critica della ragione postcoloniale" di Gayatri C. Spivak. Edito da Meltemi il volume propone la prima traduzione italiana del celebre saggio della femminista indiana "Can the Subaltern Speak?"

Siamo intorno al 1820, nella regione di Sirmur, basso Himalaya. Sono anni decisivi per il consolidamento della presenza imperiale britannica in India: negli ultimi decenni del XVIII secolo una serie di interventi legislativi aveva modificato in profondità la struttura e le funzioni della East India Company, delineando un sistema di governo che sarebbe durato fino al grande "Ammutinamento", la rivolta anti-britannica del 1857. Subito dopo, muovendo dall'esigenza di razionalizzare il sistema del prelievo fiscale, e in particolare l'imposta fondiaria, la Compagnia aveva finito per realizzare un intervento di ampia portata sulla definizione stessa delle figure sociali nelle campagne del Bengala, introducendovi un diritto proprietario modellato su quello inglese. Nel 1813, la dichiarazione di sovranità della Corona britannica sul territorio acquisito nel subcontinente, rappresentò anche formalmente un momento di stabilizzazione del dominio coloniale, mentre nel 1818 l'annessione dei territori dei marathi assicurò continuità territoriale a quello stesso dominio.

Un anno prima, anche sotto il profilo culturale, l'uscita della monumentale History of British India di James Mill, il filosofo "radicale" che si era ben guardato dal mettere piede in Asia, aveva dato espressione a un significativo mutamento nell'atteggiamento britannico nei confronti dell'India: alla fascinazione per gli aspetti esotici dell'"Oriente" subentrava ora una schietta rivendicazione di superiorità culturale dell'"Occidente", mentre il tema della "conquista" si ritirava sullo sfondo lasciando spazio ai problemi del governo, della "riforma" e della modernizzazione dei territori e delle popolazioni del subcontinente.

È in questo contesto che ha luogo un episodio certo "minore" nella storia del colonialismo britannico in India. Torniamo a Sirmur, dunque: il Raja locale, Karam Prakash, viene deposto dai britannici in ragione della sua "barbarie" e "dissolutezza". Vi sono buone ragioni per pensare che la principale prova a suo carico fosse il fatto che aveva la sifilide. La reggenza viene assegnata a un figlio minorenne del Raja, di cui viene riconosciuta come tutrice la regina (la Rani). Un bambino come reggente, posto sotto la tutela di una donna: una situazione ottimale per preparare la soluzione, a cui puntavano gli inglesi, di uno smembramento di Sirmur.

A questo punto, però, avviene qualcosa di strano. Un funzionario britannico, il Capitano Birch, scrive al Residente a Dehli che la Rani, rimarcando che "la propria vita e quella del Raja sono una cosa sola", gli ha comunicato la propria decisione di farsi ardere sulla pira funebre del marito alla morte di lui. Il Capitano chiede di essere autorizzato a intervenire nel modo più deciso per scongiurare il suicidio della Rani di Sirmur, coniugando opportunità politica e sincera riprovazione morale per un'usanza come il sacrificio rituale delle vedove: per quel sati su cui già nel decennio precedente erano divampate furiose politiche, che avevano coinvolto amministratori coloniali e sezioni delle elite autoctone, e che sarebbe stato dichiarato illegale dal governatore generale Lord Bentinck nel 1829, con il plauso di intellettuali indiani "illuminati" come Ram Mohan Roy. Gli archivi non riportano la conclusione della vicenda, ma pare che la Rani di Sirmur sia morta di morte naturale.

Ora, vittime certamente di un pregiudizio "orientalista", possiamo immaginare che la Rani di Sirmur fosse una donna schiva e riservata, di poche parole. Chissà come avrebbe reagito di fronte al vero e proprio profluvio di parole che l'ha investita negli ultimi vent'anni, dopo che nel 1985 Gayatri Chakravorty Spivak, una raffinata intellettuale indiana trasferitasi negli Usa, dove si era conquistata una discreta notorietà cimentandosi nell'ardua impresa di tradurre in inglese la Grammatologia di Derrida, pubblicò sulla sua storia un saggio sulla rivista "History and Theory". Forse avrebbe tratto conforto dalla scoperta che tre anni dopo Spivak, in un altro articolo ormai celeberrimo, avrebbe portato a una provvisoria conclusione le riflessioni avviate proprio con la sua vicenda dando risposta negativa alla domanda se i subalterni (termine di cui la Rani non avrebbe certamente inteso il significato e che comunque difficilmente avrebbe pensato la riguardasse) "possono parlare".

I due saggi di Spivak sono poi stati rielaborati nel capitolo centrale (quello dedicato alla "Storia") di un'opera dall'ambizioso titolo kantiano, uscita nel 1999 negli Stati uniti e che ora la casa editrice Meltemi propone nella traduzione italiana di Angela D'Ottavio e per la cura di Patrizia Calafato: Critica della ragione postcoloniale. Verso una storia del presente in dissolvenza (pp. 477, € 28).

Intendiamoci: conoscendo per esperienza diretta la difficoltà e la scarsa considerazione (almeno in Italia) del lavoro dei traduttori di opere saggistiche, ho sempre ritenuto un punto d'onore ricordarne i nomi. Ma in questo caso non se ne può davvero fare a meno. Per quanto infatti Angela D'Ottavio, dando prova di notevole understatement, apra la sua nota alla traduzione informando i lettori che quella di "difficoltà" è a suo giudizio "una nozione estremamente ideologica" e che quindi non ha senso "parlare della scrittura di Spivak come di una scrittura "difficile"", davvero non invidio la fatica che deve essere costata la traduzione di questo libro. Di un libro in cui, per limitarci a qualche esempio, lo Stato coloniale viene definito con nonchalance "invaginato" e viene indicata come possibilità di pratica politica per l'intellettuale "quella di mettere l'economico "sotto barratura", e leggere il fattore economico come irriducibile perché reinscrive il testo sociale, mentre viene cancellato, per quanto in maniera imperfetta, nel momento stesso in cui afferma di essere la causa finale o il significato trascendentale".

Lo confesso: la tentazione di cercare rifugio nella "filosofia prima", abbandonando ogni pretesa di pratica politica, è davvero forte dopo avere letto queste righe. E tuttavia Angela D'Ottavio ha fatto un lavoro realmente egregio, e così ora i lettori italiani hanno a disposizione la summa teorica di un'autrice che è comunque una delle protagoniste dei dibattiti femministi e postcoloniali a livello globale. Pur non pensando che la nozione di difficoltà sia solo ideologica (e pur nutrendo una certa insofferenza per uno stile come quello di Spivak, che trovo spesso estenuante nel continuo alternarsi di sospensioni e rilanci retorici), eviterò di indulgere sul tema. Lo fece ad esempio il celebrato critico marxista Terry Eagleton, che all'uscita dell'edizione originale del volume scrisse una lunga recensione sulla "London Review of Books", lamentandosi della sua incapacità di comprenderlo. E meritandosi così l'ironia di Patrick Wolfe, che in un intervento recentemente inserito in un bel volume uscito per la casa editrice Quodlibet (Periferie della storia, a cura di Albertazzi, B. Maj e R. Vecchi) ha scritto che ciò non costituisce propriamente un merito, ma semmai una buona ragione "per rifiutare l'incarico di scriverne una recensione".

Cercherò dunque di prendere sul serio il lavoro di Spivak, concentrandomi proprio sulla sezione intitolata alla Storia e riferendomi solo di sfuggita alle altre sezioni del volume, dedicate alla Filosofia, alla Letteratura e alla Cultura. E sarà bene dire subito che il saggio di Spivak del 1988, Can the Subaltern Speak?, ha in buona misura meritato la grande attenzione che gli è stata rivolta negli anni successivi, perché poneva domande davvero cruciali, per le pratiche storiografiche non meno che per l'accennata questione dell'impegno politico degli "intellettuali".

Spivak si rivolgeva specificamente, infatti, all'opera di rinnovamento della storiografia dell'India coloniale portata avanti dal collettivo dei "Subaltern Studies", a cui si sentiva particolarmente vicina, ma interrogava più in profondità, muovendo da un celebre dibattito tra Foucault e Deleuze, l'intero campo della teoria radicale europea che proprio negli anni Ottanta aveva trovato ampia diffusione nelle accademie statunitensi. Agli storici dei "Subaltern Studies", e prima di tutto a Ranajit Guha che ne era stato il pioniere, Spivak rimproverava (lo si può vedere nel suo intervento incluso nella silloge Subaltern Studies, uscita in italiano nel 2002 per la casa editrice Ombre corte) un'ingenua fiducia nella possibilità di recuperare la "voce" dei "subalterni" dall'interno degli archivi coloniali, facendo giocare le provocazioni della decostruzione contro quello che le appariva un residuo di "umanesimo". Ma più in generale, il suo obiettivo era la rappresentazione degli esclusi, degli sfruttati, dei dominati a misura delle esigenze degli intellettuali radicali, anche quando (o meglio: proprio quando) la teoria pretendeva di nutrire una critica, tanto definitiva quanto superficiale agli occhi di Spivak, di ogni dispositivo rappresentativo.

Ecco dunque la rilevanza del dibattito ottocentesco sul sati e della vicenda della Rani di Sirmur. Ricostruendo i dispositivi del discorso coloniale britannico, del dibattito intellettuale indiano e del discorso braminico sul sati (ma trascurando, come le è stato obiettato dal citato Patrick Wolfe, l'apporto dell'eredità musulmana indiana) Spivak porta alla luce insospettate complicità testuali, e mostra brillantemente come l'intera discussione sull'argomento si sia fondata su (e abbia prodotto) una doppia esclusione della donna: mentre nella "tradizione" il sati era funzionale alla costruzione di un'immagine della "brava donna" dal segno profondamente patriarcale, i britannici costruirono la donna soltanto come oggetto del massacro di cui il suo corpo era la scena. Tra l'uno e l'altro polo, scrive Spivak, "è lo spazio della libera volontà, della agency del soggetto sessuato come femminile a essere efficacemente cancellato".

Sviluppando il suo ragionamento sulla "violenza epistemica" del colonialismo, Spivak giunge a coniare una formula che si è guadagnata una meritata fortuna: stigmatizzando culturalmente prima, abolendo per legge poi, il sati, quel che accade è che "uomini bianchi stanno salvando donne scure da uomini scuri". Questa formula serve a Spivak per sviluppare una critica impietosa - e decisamente tempestiva, se si pensa che è stata originariamente sviluppata a metà degli anni Ottanta - dei programmi di intervento su "genere e sviluppo" delle Nazioni unite e in generale dell'umanitarismo e della cooperazione politically correct. Le immagini delle donne di Kabul "liberate"dal burka dai marines americani dopo l'11 settembre, per venire a fatti a noi più vicini, non mostra forse in tutte le sue insidie la perdurante attualità del discorso di Spivak?

D'altro canto, la logica esemplificata da quella formula non si limita per Spivak a infestare testi e realtà coloniali e neocoloniali, fagocitando metaforicamente e letteralmente la figura dell'"informante nativo" di cui quei testi e quelle realtà hanno pur bisogno per riprodursi, ma subdolamente fa capolino anche all'interno della critica postcoloniale, dell'entusiasmo "terzomondista" di cui è preda una parte rilevante dell'accademia statunitense, nonché di molte critiche che si pretendono radicali dello stato di cose presente.

Potremmo dire, per citare un autore a cui Spivak insiste a dichiararsi molto legata e attorno al quale nel libro si possono trovare spunti interpretativi tutt'altro che trascurabili, che il suo discorso è un'interminabile glossa all'affermazione di Marx secondo cui la liberazione della classe operaia non può essere opera che degli stessi operai. Di questa affermazione Spivak ci mostra tutta la difficoltà, il suo indicare un compito infinito assai più che un evento futuro da attendere fiduciosamente.

Critica della ragione postcoloniale, perentorio nella sua scelta di campo per l'arcipelago delle resistenze a una globalizzazione capitalistica che pone la donna subalterna come "principale supporto della produzione", mi pare in fondo condurre verso una conclusione di questo genere. Gli stessi studi postcoloniali tuttavia (che la casa editrice Meltemi sta meritoriamente e intelligentemente introducendo nel dibattito italiano) dovranno battere vie anche sensibilmente diverse da quella di Spivak per contribuire a sviluppare questa conclusione. Dovranno continuare, pur consapevoli delle insidie che si celano in questo tentativo, a cercare nel passato e nel presente la presa di parola dei subalterni (nonché, e a maggior ragione, delle subalterne). A meno di non volere concedere al discorso coloniale, come ha scritto Lata Mani in uno dei più lucidi contributi al dibattito suscitato da Can the Subaltern Speak?, "ciò che in realtà non ha mai ottenuto: la cancellazione delle donne".

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Libro: Critica della ragione postcoloniale
Autore: Gayatri Chakravorty Spivak
Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 12/12/2004

Ragioni critiche per tutti i gusti
Sebastiano Maffettone

Per accettare la diversità

Libro strano, magari troppo lungo e spesso scritto male nell’originale inglese (non invidio la traduttrice Angela d’Ottavio). Ma anche interessante e ricco d’idee originali e feconde. Parlo di Critica della ragione postcoloniale, come recita l’ambizioso titolo che la bengalese Gayatri Chakravorty Spivak ha apposto al suo volume, meritoriamente tradotto in italiano da Meltemi (a cura di Patrizia Calefato, pagg. 478, € 28,00). Spivak, che è professoressa presso la Columbia University, è una leader, insieme ad altri autori come l’africano Achille Mbembe (“On the postcolony”), del movimento politico-culturale post-coloniale. L’idea di fondo del pensiero post-coloniale consiste nel rifiutarsi di accettare l’uniformità con la lingua del potere occidentale, che la “ragione” standard pretende adoperare. Per contro, Spivak e gli altri autori post-coloniali forzano la nozione di “differance alla Derrida”. Lo scopo è quello di far parlare l’alterità, che può essere di genere, spazio, razza, cultura o visione.

Il concetto di critica, che imponentemente appare nel titolo del volume, fa ovvio riferimento a Kant e a Marx. Ma l’universalismo, tipico di Kant e Marx, non è di casa presso Spivak, la cui nozione forse pìu originale è quella di' informante nativo'. Critica così equivale a possibilità di esprimersi da parte di chi è “subalterno', e quindi presuppone un discorso plurale ma direttamente capace di emancipazione.

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