Il termine Postculture indica un viaggio sincretico tra l’arte internazionale dell’ultimo decennio e la critica dei post-colonial studies soffermandosi sulle declinazioni artistiche che prendono forma in quei territori geografici (Afriche, America Latina e Cuba) dove il processo di decolonizzazione viene vissuto come ricostruzione identitaria. Attraverso la radicalità delle ricerche si compone un orizzonte osmotico in cui l’arte traduce un Altrove fantasmatico, in cui i temi della caoticità, della metropoli, della diaspora, dell’esilio, del sincretismo, dell’amore, del gioco e, dunque, della ri-identificazione si mescolano alla pluralità dei linguaggi più azzardati. Rilevando il definitivo sfaldamento di nozioni obsolete come esotismo e stereotipo, etnicizzazione e folclorizzazione delle culture, l’autrice rintraccia nel concetto di “autenticità” culturale il centro propulsivo della ricerca di artisti, citandone solo alcuni, come William Kentridge, Gabriel Orozco, Ghada Amer, Kcho, Francis Alys, Felix Gonzales Torres, Mona Marzouk, Carlos Garaicoa.
È così che mondializzazione e localismo divengono contrappunti di un azzardo teorico volto a ricomporre la planimetria di un’“estetica dell’esistenza” e le Postculture rimettono in gioco l’asfissia di paradigmi occidentali spenti e opacizzati per riscrivere un altro Sé desiderante.
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