“We are all on the same fuckin dancefloor, mate”. Siamo tutti uguali sul dance floor, nelle nostre molteplici differenze. Balliamo tutti lo stesso sound, scrive l’autore, esprimendolo in serialità differenziate di geometrie frattali: idioma tra gli idiomi, linguaggio tra i linguaggi, cultura tra le culture, il movimento dei free party, vivendo di una cultura del frammento attraverso il rimescolamento totale di tutto ciò che è stato controcultura – dalla nascita delle culture giovanili occidentali prepolitiche ai movimenti postpolitici contemporanei – rappresenta, da un punto di vista prettamente socio-antropologico, il chiaro avvento dell’età postmoderna. Il fenomeno di massa technolibertario nega ogni radice identitaria autorappresentandosi in configurazioni caotiche, in un gioco di richiami controculturali che esprime intrecci di un nomadismo psichico arrivato all’ultima fermata. È l’abolizione della memoria e la negazione del futuro. È la “technoanomia per delinquenza giovanile” che delimita l’area di intervento del libro, introdotto da una riflessione sui rave teorica, storica e cronologica. Una costellazione sensoriale, frammentata e policroma, ricchissima di dati, reportages, storie di vita, documenti raccolti dal 1985 a oggi su rave illegali, street parade, macchinazioni e teknival, sul territorio romano/italiano con richiami europei. I testi raccolti in queste pagine sono tratti da fonti documentaristiche quali mailing list, newsgroup, website, flyer, fanzine, magazine, quotidiani, e montati in un macro-cut-up cronologico. Il libro si chiude con un’analisi della comunicazione visuale: “every picture tells a story” ovvero ogni immagine racconta una storia.
|