Le immagini della guerra appartengono di fatto alla storia dell’uomo. Bisogna tornare al corto circuito premediale della metropoli ottocentesca per comprendere il presente della guerra dei media. Oggi l’occhio fotografico non è solo quello del reporter incollato all’evento, modello Robert Capa: è l’occhio comune, voyeurismo e affetti, turismo e stereotipo, esotismo e controllo, ricordo e tortura, possesso e bisogno morboso di contemplare. Abbiamo consumato lo spettacolo della guerra, siamo passati alle stragi, alle torture, ai rapimenti e agli sgozzamenti mediatici. Da una parte la manutenzione della paura dall’altra la costruzione delle sicurezze passano a colpi di video digitali e comunicati in rete. Ma i media hanno memoria corta: il rapporto guerra-fotografia attraversa coerentemente il Novecento, tranne nascondersi nelle pieghe della storia e scomparire dalla scena mediale. Non vedremo mai fotografie delle Falklands inglesi e della guerra d’Algeria dei francesi. Con buona volontà potremmo recuperarne qualcuna dell’Afghanistan prima del 2001, della Cecenia di Putin, degli orrori tra i civili della prima guerra del Golfo. Le atrocità che non si vedono scompaiono. Eppure gli ultimi anni non parlano solo di guerre controllate dai media, raccontano fotograficamente punti di vista altri rispetto all’immaginario consolidato dell’Occidente. La distanza che separa Abu Ghraib dai lager nazisti, dalla bomba atomica, dai Gulag, dal Vietnam e persino dall’ex Jugoslavia è la penetrabilità interstiziale della fotografia digitale, l’istantaneità del suo flusso globale, è la rottura del circuito del controllo, è la possibilità di modificare, alterare, sabotare l’immagine ufficiale destinata alle masse infinite di consumatori mediali per determinare e condizionare il presente. |